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Catania, dal cucchiaio di legno alla baby gang: È emergenza sociale

Un 14enne aggredito da una baby gang in pieno centro e un bambino picchiato dal patrigno: due fatti di cronaca che raccontano la stessa emergenza sociale

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FOTO: Ansa

Nel giro di pochi giorni, Catania è finita al centro della cronaca per due episodi diversi nella forma ma profondamente simili nella sostanza. Ad essere colpiti sono stati dei minori e due sono le storie che sì, si svolgono in luoghi opposti – la strada e la casa – ma che raccontano lo stesso fallimento, quello della protezione, dell’ascolto e della prevenzione.

Il primo episodio è avvenuto in pieno centro storico, in piazza Stesicoro, cuore pulsante della città. Qui un ragazzo di 14 anni è stato accerchiato e picchiato da una baby gang, senza una vera ragione, se non quella che lui stesso ha poi raccontato: «per divertimento». Il giovane è finito in ospedale con ferite al volto e alla testa, mentre le immagini e i racconti dei familiari hanno restituito la brutalità di un’aggressione avvenuta alla luce del sole, in uno spazio che dovrebbe essere sicuro per tutti. Gli aggressori, anch’essi minorenni, sono stati identificati e riaffidati alle famiglie, mentre il dibattito pubblico si è rapidamente spostato sulla sicurezza urbana e sulla necessità di maggiori controlli.

Pochi giorni dopo, un’altra storia ha scosso l’opinione pubblica, questa volta lontano dalle piazze e dai luoghi affollati. Un video diffuso sui social ha mostrato un bambino colpito con un cucchiaio di legno dal patrigno, tra insulti e frasi umilianti. Secondo le ricostruzioni investigative, l’uomo avrebbe ripetutamente percosso il minore urlando “io sono il tuo padrone”, in una dinamica di abuso domestico già sospettata da precedenti segnalazioni. Una violenza domestica consumata tra le mura di casa, in un contesto che, secondo le indagini, era già noto ai servizi sociali. In questo caso è intervenuto il Tribunale per i Minorenni di Catania, che ha sospeso la responsabilità genitoriale e disposto l’affidamento dei minori ai nonni, con il divieto di avvicinamento per i genitori.

Due storie lontane solo in apparenza. Perché se la prima racconta la violenza tra pari, quella che esplode nello spazio pubblico e che spesso viene liquidata come “devianza giovanile”, la seconda mostra la forma più subdola e devastante dell’abuso, quella che nasce all’interno della famiglia, dove il confine tra autorità e sopraffazione viene cancellato.

In entrambi i casi emerge un elemento inquietante in cui ci si rende conto che la violenza non è improvvisa, non è un fulmine a ciel sereno. Nel branco che colpisce per gioco c’è un vuoto educativo, un’assenza di limiti e di responsabilità. Nella casa in cui un adulto si sente padrone di un bambino, c’è una storia di segnali ignorati, di interventi parziali. Cambiano i contesti, ma resta la stessa incapacità di intercettare il disagio prima che esploda.

C’è poi un altro aspetto che accomuna questi episodi legato al ruolo dei social. Nel secondo caso sono stati determinanti per portare alla luce la violenza, nel primo, sono spesso il luogo in cui aggressioni simili vengono raccontate, imitate, talvolta persino esibite. I social diventano così insieme strumento di denuncia e amplificatore di modelli distorti, in un cortocircuito che rende ancora più urgente un’educazione digitale consapevole.

Queste due cronache pongono una domanda che va oltre l’emergenza del momento. Siamo davvero in grado di proteggere i minori, o interveniamo solo quando il danno è ormai visibile? La risposta non può essere affidata solo alle forze dell’ordine o ai tribunali. Serve una rete più solida, fatta di scuole, famiglie, servizi sociali, capaci di leggere i segnali del disagio e di agire prima che la violenza diventi notizia. Perché quando un ragazzo viene picchiato in strada e un bambino viene umiliato in casa, non siamo di fronte a due casi isolati, ma a un’unica frattura sociale. E ignorarla significa accettare che la crescita di troppi minori avvenga in un territorio senza protezione, dove la violenza – pubblica o privata – diventa una possibilità quotidiana.

 

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