C’è la chiesa settecentesca che rischia di andare in rovina, la parrocchia di periferia che tiene insieme un intero quartiere difficile, e il paese che da mesi è senza chiese perché terremotate. Ora per tutte arriva una boccata d’ossigeno.
Con la legge di variazione di bilancio approvata dall’ARS il 22 ottobre 2026, la Regione Siciliana ha sbloccato un pacchetto di finanziamenti destinati all’Arcidiocesi di Catania per il recupero di chiese considerate strategiche, sia sul piano storico-artistico che sociale.
Un intervento che l’Arcidiocesi definisce decisivo: “Senza questi finanziamenti avremmo potuto fare poco”.
Sono cinque le realtà più significative inserite nel piano: 1. Paternò – Santa Maria dell’Alto. Settecentesca, è uno dei beni d’arte più importanti del territorio etneo, da tempo bisognosa di restauro conservativo.
2. Nicolosi – San Giuseppe. Altra chiesa del ‘700 alle pendici dell’Etna, tra gli esempi più pregiati di architettura sacra da tutelare.
3. Catania, Monte Po – Santa Maria di Nuovaluce. Qui il valore non è solo artistico, ma sociale. In un quartiere di frontiera, la parrocchia è l’unico vero luogo di aggregazione, crescita e alternativa alla strada per decine di ragazzi.
4. Ragalna. Caso emblematico: il paese è attualmente privo di entrambe le chiese parrocchiali, inagibili dopo il terremoto. Un vuoto per l’intera comunità.
5. Misterbianco – San Massimiliano Kolbe. Attendeva da anni una ristrutturazione e la messa in sicurezza definitiva.
Per questi interventi, l’Arcivescovo Mons. Luigi Renna e l’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Catania hanno voluto ringraziare pubblicamente il presidente della Regione Renato Schifani, il presidente dell’ARS Gaetano Galvagno e il presidente della Commissione Bilancio Letterio Dario Daidone per l’attenzione mostrata. “Si tratta di fondi che non riguardano solo il restauro di muri e affreschi, ma il mantenimento di presidi di comunità: nei quartieri difficili di Catania come nei paesi feriti dal sisma”.