Alla vigilia della Pasqua di Risurrezione ospitiamo nelle nostre pagine una profonda riflessione di Don Santo Salamone sull’importanza delle tradizioni legate alla Settimana Santa – ed in particolare al giovedì di Passione – carica anche di quel pizzico di nostalgia per un passato che forse non sarà più.
La riflessione di Don Santo Salamone
All’età di otto anni non ne conoscevo il significato, per me importante era la festa, perché girovagavo per i “Sepolcri” allestiti all’interno delle due chiese parrocchiali del mio paesino, insieme ai miei compagni di giochi, durante la serata del Giovedì Santo, inizio del Triduo Pasquale. Mia madre andava quasi sempre, essendo francescana: partecipava alla celebrazione del Triduo e io insieme con lei. Mia madre non sapeva quale fosse il vero significato di quegli allestimenti cereo-floreali. Poverina, lei, avendo la quinta elementare, partecipava perché gliel’aveva trasmesso la sua famiglia, la tradizione, la sua povertà. E alle mie domande poste con insistenza, rispondeva esortandomi a fare silenzio soprattutto all’interno della chiesa, perché dal Giovedì e fino alla mezzanotte del Sabato Santo tutti eravamo a “lutto” per la morte di Gesù, quindi l’unica cosa consentita era rimanere in silenzio. Le luci spente, le campane legate; l’atmosfera mesta, si parlava per necessità e soltanto a bassa voce.
Mi raccontava il mio parroco, oggi “giovanissimo” centenario, che soprattutto le famiglie più povere e umili, a metà del Tempo di Quaresima, seminavano del frumento (e legumi vari) all’interno di piccoli vasi, facendolo germogliare e crescere in un luogo buio (i vasi venivano riposti per quasi un mese all’interno di cassapanche). Mi chiedevo, come mai al buio? La risposta l’ho avuta quando per caso ho letto un commento che spiegava il significato del germoglio di colore giallo e non verde come sarebbe ancora rimasto se fosse stato esposto alla luce, grazie al processo clorofilliano. Il colore giallo simboleggiava la speranza nella resurrezione, la luce dopo il buio dell’attesa, il passaggio dalla morte alla vita.
I germogli all’interno dei vasi venivano portati in chiesa e posti ai piedi dell’altare ovvero nella Cappella della Reposizione in prossimità del luogo in cui era custodito, nel tabernacolo, il Santissimo Sacramento. Gli spazi, gli altari venivano addobbati con fiori prevalentemente bianchi sistemati e organizzati in maniera artistica a richiamare i Simboli Eucaristici. Il calore e la delicatezza delle piantine di grano poste sugli altari invitavano ad una maggiore tenerezza nei cuori dei fedeli e ad una più profonda riflessione sul dolore universale, in attesa della Santa Pasqua. Lo stupore per quella scena composta da tanti piattini di germogli di grano, i fiori, le candele, messi assieme a formare un mosaico di colori, un capolavoro che, pur vivendolo in un sol giorno, lasciava in tutti un ricordo indelebile.
All’età di sedici anni cominciai a capire il significato ontologico di quel silenzio al quale, con amabile rigorosità, mia madre mi obbligava: le domande dovevano trovare risposte unicamente su un atto di fede, ed era tutta lì la risposta che io, adolescente curioso com’ero, cercavo. Mia madre si limitava con la saggezza delle persone ignoranti ad attuare un principio di fede fiduciale giustificante persino qualche atto di sana comprensiva superstiziosità.
La Tradizione dei sepolcri infiorati del Giovedì Santo si scrive con la “T” maiuscola, perché riguarda Gesù-Eucarestia, presenza viva nella Chiesa e nei suoi discepoli. Solo la cultura meridionale e cristiana poteva concepire quest’immenso senso Metafisico proiettato verso il Trascendente; verso Dio-Padre che si rivela in Cristo Gesù morto e risorto per la nostra salvezza. L’allestimento dei Sepolcri richiamava perciò nella sua essenza la morte e la resurrezione di Cristo, la Sua Pasqua, in un duplice ambivalente significato di sofferenza e speranza: sofferenza per la morte del Signore, e speranza nella sconfitta della morte e del dolore. La Cappella della Reposizione diventava un’icona fantastica di germogli colorati, di tovaglie damascate e soprattutto di fiori. Tutto faceva da scena a quanto s’era deciso di rappresentare.
Subito dopo la Missa in Coena Domini, il “Sepolcro” diventava meta di pellegrinaggio da parte di tanti fedeli che, dalla sera del Giovedì e fino al primo pomeriggio del Venerdì, si recavano in visita per dire una preghiera, per fare un voto o semplicemente ammirare l’allestimento, vera e propria esposizione artistica. Era usanza portare anche ceste di pane fatto in casa, intrecciato o a forma di agnelli, di colombe, oppure uova (u ciciuliu, a cuddura o aceddu cu l’ovu).
Le visite ai Sepolcri venivano organizzati dalle confraternite e, appunto, avevano lo scopo del pellegrinaggio e di riflessione sul significato dell’imminente sacrificio di Cristo, per cui flotte di fedeli si aggregavano alle confraternite, eseguendo durante il tragitto preghiere e lamenti tipici della Settimana Santa. Iniziava l’Adorazione Eucaristica detta dell’Ora Santa. Si faceva una turnazione di adoratori e ognuno di loro al termine dell’adorazione riceveva persino un premio, cioè gustare un delizioso “Viscottu a Bersagliera” (tipico dolce sia licodiese sia centuripino) e a un bicchierino di rosolio.
È evidente il valore simbolico dei sepolcri infiorati di Licodia; il passaggio dalle tenebre (morte) alla luce della Resurrezionedi Gesù Cristo, ma aveva anche un significato amabilmente scaramantico: il fedele visitando almeno tre chiese si “propiziava”la fecondità del raccolto. In molti, infatti, si spostavano nei paesi limitrofi per portare a compimento la visita di almeno tre chiese.
La Passione di Gesù Cristo si celebrava e si testimoniava vivendola con preghiere di gruppo, assieme agli anziani che si occupavano di tramandarle, in quel lungo pomeriggio del Venerdì Santo. Le preghiere erano accompagnate da prolungati silenzi che aiutavano il raccoglimento. I fedeli più anziani raccontavano l’eterno sacrificio sulla croce ma era la Resurrezione che attendevamo tutti, la festa della rinascita di ogni speranza di tutti icredenti.
In alcune località della Campania e nella stessa Napoli, dove ho svolto il sevizio di leva, invece, le visite dovevano essere sette: tradizionalmente il giro delle 7 chiese, o di struscio, cioè passeggiata lento pede nel cuore del centro storico. Questa tradizione si legava a quella di Roma che nella sua forma originaria, fu dovuta a San Filippo Neri, che il giovedì grasso del 1552, in opposizione ai festeggiamenti pagani del carnevale, istituì il giro delle sette maggiori basiliche romane. Col tempo, questa pratica acquistò un valore molto penitenziale, così fu spostata alla fine della Quaresima, il venerdì o anche il sabato, come memoria delle tappe di Gesù nel percorso della sua passione. Risale poi al Medioevo la cosiddetta “visita ai sepolcri”, mutuata dai pellegrinaggi che, da ogni parte d’Europa, andavano a visitare il luogo che accolse il corpo di Gesù, su cui era stata costruita la grande basilica costantiniana.
Nel 1347 fra Nicolò da Poggibonsi nel suo “Libro d’Oltremare”(scritto dopo il suo pellegrinaggio in Terrasanta del 1345-1350) descrive la visita alle sette chiese, e tali righe avranno una grande rilevanza: “La chiesa dentro è umida e fredda e poco lustra… ma veramente è luogo da fare penitenza per l’anima”. L’impossibilità di recarsi direttamente, indusse molte comunità alla fine del Medioevo a edificarne riproduzioni. Da qui le visite dei fedeli nel corso dei secoli (Tormo Armando, La visita ai Sepolcri e le riproduzioni sacre, Corriere della Sera online, 21 marzo 2008, pag. 15).
Le chiese da visitare, quindi, erano sette come le tappe di Gesù durante la Sua passione: dal cenacolo al Getsemani; dall’orto alla casa di Anna; da questa alla casa di Caifa; da lì al palazzo di Pilato; da quello di Pilato a quello di Erode; di nuovo da Erode a Pilato; e infine dal palazzo di Pilato al Calvario. In processione ifedeli si recavano in visita delle sette basiliche più antiche e rappresentative di Roma:
1) Basilica di San Giovanni in Laterano;
2) Basilica di San Pietro in Vaticano;
3) Basilica di San Paolo fuori le mura;
4) Basilica di Santa Maria Maggiore;
5) Basilica di San Lorenzo fuori le mura;
6) Basilica di Santa Croce in Gerusalemme;
7) Basilica di San Sebastiano fuori le mura.
Per gli studiosi di tradizioni popolari il numero sette rimanda anche a “Le Sette Ultime Parole di Cristo” pronunciate da Gesù sulla Croce, che Franz Joseph Haydn ha saputo riportare anche in musica nello stupendo e immenso concerto con cinque elementi: 4 archi e un lettore:
1) Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34)
2) In verità, ti dico, oggi tu sarai con me in paradiso (Lc 23,43)
3) Donna, ecco “il tuo figlio”. Figlio, ecco “la tua madre” (Gv 19,26)
4) Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46; Mc 15,34)
5) Ho sete (Gv 19,28)
6) Tutto è compiuto (Gv 19,30)
7) Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23,46)
Pertanto è importante mantenere queste tradizioni con la T maiuscola. Purtroppo, è già avvenuto, senza alcun motivo plausibile, che qualcuno le cancella, dimostrando non saggia ignoranza bensì mancanza di buon senso pastorale e ottusa ignoranza. Piuttosto che proibire, bisogna spiegare il significato profondo delle tradizioni – sempreché se ne abbia la capacità culturale, che non è conoscenza teologico-speculativa (questa grazie a Dio ce l’hanno i dottori della Chiesa) perché trattasi di intuizione pastorale e di teologia pratica.
Potrebbe essere persino un’occasione per spiegare il significato dell’Anno Giubilare che abbiamo vissuto e che per altre motivazioni stiamo ancora vivendo, come ad esempio quello Agatino. Specialmente in un contesto come quello che al giorno d’oggi stiamo vivendo, dove la fede cristiana subisce un processo di opacizzazione della sua capacità di umanizzare, perché le persone si convincono sempre più che la Chiesa non è capace dirappresentare la possibilità di far diventare l’uomo più uomo.