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Paternò, nostalgia del “Carnevale che fu”

Le nuove generazioni, anche chiudendo gli occhi, non possono immaginare cosa fosse il Carnevale paternese

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Eh, Carnevale… Sarà forse il maltempo previsto in questi giorni a mitigare il rancore e ad alimentare la nostalgia per ciò che è stato. Perché, a dirla tutta, da qualche decennio non si può più parlare davvero di Carnevale a Paternò.

La nostalgia sì, quella non manca. È viva soprattutto tra chi ha qualche anno in più, perché almeno le ultime tre generazioni non lo ricordano nemmeno. Il Giovedì Grasso, ad esempio, per molti è soltanto una data sul calendario.

Le nuove generazioni, anche chiudendo gli occhi, non possono immaginare cosa fosse il Carnevale paternese. Le vecchie fotografie, qualche frammento del film I Fidanzati di Ermanno Olmi, i documentari dello Studio Luce restituiscono un’idea vivida di quella festa che animava la piazza con balli e musica a tutto volume. Se qualcosa è rimasto, lo si deve a Pippo Fallica, figlio di don Santo “U Maaru”, che ha donato alla collettività il patrimonio fotografico della sua famiglia: immagini dagli anni Trenta agli anni Cinquanta che raccontano mascheroni in cartapesta, officine creative, personaggi e atmosfere di un evento che rappresentava anche un importante indotto economico, espressione di una Paternò allora prospera e vitale.

Anche dopo le due guerre mondiali, la città — che aveva ereditato la tradizione carnevalesca dai Moncada — seppe custodirla e rinnovarla per secoli. Oggi, invece, da anni su tutto grava un silenzio pesante, quasi tombale.

La generazione degli anni Sessanta ricorda il Carnevale dei “figli dei fiori”. Tra i protagonisti Tanino Palumbo, poi Titta Fallica, che seppe dare alla manifestazione un tocco di novità, magia e raffinatezza.

Erano soprattutto i giovani ad attendere il Carnevale, occasione per divertirsi e magari trovare l’anima gemella. Oggi è diverso: il divertimento è diffuso durante tutto l’anno e non mancano i luoghi di ritrovo. Allora si ballava in piazza e poi nei locali. Il Cine Lo Po–Metropol era tra i più frequentati, con artisti già noti come Mina e Ornella Vanoni. Quando arrivò Claudio Villa, si racconta che scese da via Vittorio Emanuele come un trionfatore, accolto da due ali di folla. E poi Peppino di Capri, i Giganti, Rita Pavone, Minnie Minoprio e tanti altri.

Anche la Pro Loco contribuiva alle feste danzanti e all’organizzazione dell’intero programma. Preparare un gruppo in maschera richiedeva settimane, talvolta un mese intero di prove e preparativi. Era un tempo prezioso per incontrarsi, conoscersi, innamorarsi.

La Pro Loco di allora aveva sede nei locali dell’ex GIL in piazza Vittorio Veneto, oggi sede della Condotta agraria. Tra i primi presidenti l’avvocato Antonino Torrisi, che dal 1965 fu anche vicesindaco e assessore al Bilancio.

Per diversi anni i gruppi con le macchine infiorate sfilavano il Giovedì Grasso, insieme ai bambini in maschera. Il corteo percorreva la parte sud di via G.B. Nicolosi per concludersi in piazza Vittorio Veneto, dove — si raccontava — ad attenderli ci fosse Mago Zurlì dello Zecchino d’Oro. A tutti i bambini partecipanti veniva consegnato un dono.

Il Carnevale si respirava già all’indomani dell’Epifania. Il giullare era il mitico Ciccio Capizzi, che girava per le vie cittadine con il suo mangiadischi e le tarantelle a tutto volume.

Fino agli anni Novanta, Paternò poteva vantare un Carnevale invidiabile: carri allegorici, macchine infiorate, gruppi in maschera. “Tutti in pista per l’allegria” era il motto che univa grandi e piccoli. Nuova linfa arrivò con Barbaro Messina, che introdusse regole innovative per il concorso dei gruppi: non più una dozzina di partecipanti, ma vere e proprie schiere. Cambiò anche il modo di costruire i mascheroni in cartapesta.

Indimenticabile Santo Parisi che, come molti suoi coetanei, non rinunciava a travestirsi, entrando in quella sana competizione tra organizzatori. Come non ricordare i gruppi di Tanino Palumbo, Titta Fallica, Salvatore Anicito e Manuele Bonanno? Per diverse edizioni, Santo Parisi fu maschera nei gruppi del maestro Messina.

Tanti i ricordi. Come quando, a pochi giorni dalla festa, non si riusciva a trovare l’abito ideale per Santo: la sua impazienza era incontenibile. Alla fine, nacque l’idea di Bacco, e le fotografie di oggi raccontano meglio di ogni parola quell’intuizione riuscita.

Restano le immagini dei personaggi da lui interpretati, testimonianze delle gloriose stagioni di un Carnevale che non c’è più. In sottovesti lussuose, Santo sfilava giocando con la folla, scendendo tra gli ultimi del gruppo a passo leggiadro lungo il corso principale.

Nostalgia? Sì, tanta. Quel Carnevale che attraversava la via principale probabilmente non potrà tornare com’era. Non ci sono più nemmeno i bar di una volta, dove le mascherine entravano con i polli per farsi offrire da bere. È cambiato tutto.

Eppure, per progettare il Carnevale del futuro, occorre tenere conto di quello glorioso del passato. Forse è proprio da questi ricordi che bisogna ripartire. Perché il Carnevale non è soltanto una festa: è un’anima collettiva che aspetta di essere risvegliata. E Paternò, che quella festa l’ha saputa creare e amare, può ancora ritrovarla, se avrà il coraggio di guardare avanti senza dimenticare la propria storia.

 

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