I frequenti cambiamenti delle leggi elettorali in Italia, operati indistintamente dalle varie maggioranze di governo, rispondono a degli obiettivi politici generali, ma nascondono spesso anche interessi o intenzioni più contingenti. Anche la legge approvata in questi giorni non sfugge a questo schema. Vediamo prima in cosa consiste e poi quali obiettivi generali e quali interessi contingenti motivano le singole novità.
Proporzionale e preferenze. Alle prossime elezioni ciascun elettore riceverà una scheda sulla quale saranno indicati i simboli dei partiti candidati, che potranno essere alleati in coalizione o singoli, e accanto a ciascun simbolo troveranno una lista di 7 nomi di candidati. Il primo è il nome del “capolista”, che sarà eletto nel caso che la lista raggiunga la percentuale necessaria, senza che l’elettore possa esprimere su di lui alcuna preferenza. L’elettore potrà invece esprimere un voto sugli altri 6 candidati, che saranno disposti alternando candidati di genere maschile e femminile. Le preferenze non potranno essere più di 3, e non possono andare a candidati di un unico genere, se sono più di una. Il risultato sarà dunque che, al conteggio dei voti, tutti i parlamentari saranno assegnati dalle liste proporzionali (scompaiono dunque i collegi uninominali con elezione a sistema maggioritario che erano stati introdotti nel 1993). I partiti che non superano il 10% difficilmente hanno diritto a più di un deputato a circoscrizione, quindi dalle loro liste saranno eletti solo i capolista e le preferenze non serviranno a granché, mentre nelle liste con risultato superiore al 10%, che normalmente eleggono più di 1 candidato vi sarà una competizione reale per collocarsi al secondo o terzo posta ed una possibilità di scelta degli elettori.
Premio di maggioranza. Se nessuna coalizione di liste supererà il 50% dei voti, basterà avere superato il 42% per potere avere automaticamente un “premio”: 70 deputati e 35 senatori, fino a un limite massimo per la coalizione vincente di 220 deputati su 400 e 113 senatori su 200. I deputati e i senatori eletti in virtù del premio sono individuati dai singoli partiti, che costituiscono una apposita lista nazionale al momento della presentazione delle candidature. Se nessuna coalizione raggiunge il 42% non sarà assegnato nessun premio, ovviamente, le liste avranno un numero di parlamentari esattamente proporzionale ai voti ricevuti.
Coalizioni e sbarramenti. Le liste possono presentarsi da sole o in coalizione, come avviene ormai da molti anni. La novità è che nel caso di coalizioni, quest’ultime dovranno depositare, oltre alle liste dei candidati, anche un programma comune e una proposta di presidente del consiglio nel caso di ottenimento della maggioranza. Si tratta, formalmente, solo di una proposta avanzata dai partiti, poiché la prerogativa costituzionale della individuazione del presidente del consiglio dei ministri è del Presidente della Repubblica, e non può certo essere modificata o vincolata da una legge semplice, ma in sostanza sposta l’onere della proposta da parte dei partiti dal momento delle consultazioni presidenziali a quello dell’alleanza elettorale e programmatica. Se un partito non raggiunge almeno il 3% dei voti non avrà diritto ad alcun parlamentare, così come se una coalizione non otterrà almeno il 10%. Per salvare le liste minori è previsto però una sorta di salvataggio per la prima delle liste della coalizione che non raggiungesse il 3%.
Raccolta firme. Tutti i partiti che sono già rappresentati in parlamento, potranno presentare i propri simboli e le relative liste semplicemente compilando i relativi moduli, mentre i partiti che non fossero già rappresentati in parlamento dovranno allegare le sottoscrizioni firmate dagli elettori, così come accadeva finora. Il numero di firme necessarie però è stato alzato da 1500 a circoscrizione a 6000, ma a questa prescrizione sono state aggiunte molte deroghe, per cui basterà che il partito abbia un gruppo parlamentare, anche aggregato al gruppo misto, per sfuggire all’innalzamento della barriera di firme. Per questo motivo già in questi giorni assistiamo alla formazione di piccoli gruppi di deputati che vengono “prestati” dai maggiori partiti alle nuove formazioni politiche per consentire loro di aggirare l’ostacolo firme.
Obiettivi generali e interessi particolari. Senza entrare troppo nel particolare, accenniamo ai più evidenti motivi che hanno generato le modifiche attuali.
Il premio di maggioranza, che è la novità più evidente, risponde all’esigenza di avere una maggioranza stabile dopo il voto, ed evitare l’impasse dovuta a maggioranze risicate. Tutte le proposte di riforme di legge elettorale degli ultimi anni hanno provato ad introdurre misure simili, il più delle volte bocciate dalla corte costituzionale. A fronte di questo obiettivo generale, il premio assegnato ottenendo il 42% ottiene anche un altro effetto, cioè quello di consentire alle due coalizioni di maggiori di escludere dalle alleanze partiti meno graditi o ingombranti come alleati al governo (come potrebbero essere quelli di Vannacci o Calenda) e puntare ugualmente alla vittoria.
L’indicazione delle preferenze risponde ovviamente all’obiettivo di consentire agli elettori di scegliere finalmente i parlamentari, ma la stragrande maggioranza degli eletti sarà in realtà indicata dai partiti (capolista e quota di premio di maggioranza), dunque a fronte del principio generale si è salvaguardato l’interesse dei capi dei partiti di potere decidere gli eletti, con l’aggiunta che eliminando l’obbligo che i capolista fossero in quote paritarie tra i generi, non faranno nemmeno più la fatica di alternare candidati e candidate.
Il sistema della raccolta firme, che risponde all’obiettivo generale di evitare la proliferazione di liste prive di una reale base di consenso, grazie al sistema delle deroghe e il conseguente “prestito” dei deputati, consente ai partiti maggiori di costruire alleanze e filiazioni figlie più della tattica che della politica (basterà seguire in questi giorni la costituzione di nuovi gruppi parlamentari per capire a cosa rispondono).
L’ennesima riforma delle legge elettorale, dunque, probabilmente è stata pensata e realizzata guardando molto agli interessi ed agli obiettivi dei partiti e delle coalizioni, ma non altrettanto al desiderio dei cittadini di potere recarsi al voto per compiere davvero una scelta che li rappresenti, evitando magari che continui a crescere la percentuali degli astenuti, figlia di molti fattori, ma non ultimo dalla sensazione di distanza tra l’elettore e gli eletti, e dello scarso valore del voto che si esprime, a seguito dei tatticismi e dell’autoreferenzialità della classe politica.