Mercoledì 22 gennaio 2026, ore 11:07, Santa Maria di Licodia. Nell’archivio di Poste Italiane viene registrata una mancata consegna per “destinatario assente” a Santa Maria di Licodia. Il problema? il destinatario era presente. “All’interno della struttura – dichiarano i destinatari – erano presenti diverse persone che avrebbero potuto ricevere la raccomandata. Il cancello era aperto così come la porta di ingresso era spalancata, ma nessuno ha mai suonato al citofono. Dalle telecamere di videosorveglianza abbiamo appurato che l’auto del postino riparte senza nemmeno un tentativo di consegna. Il risultato? nella cassetta delle lettere abbiamo trovato l’avviso di giacenza e adesso dobbiamo andare alla posta a ritirare la comunicazione ricevuta”.
Un episodio, quello raccontato, che solleva forti dubbi sull’applicazione della corretta procedura di consegna delle raccomandate, che rischia di trasformare un servizio a domicilio in un obbligo per i cittadini a doversi recare all’ufficio postale. Il caso dello scorso venerdì, infatti, non sarebbe un caso isolato ma un modus operandi spesso diffuso che diversi cittadini in più occasioni lamentano, alimentando nella comunità il sospetto che gli avvisi di giacenza vengano depositati senza un reale tentativo di consegna.
La ricaduta di questa politica – che potrebbe essere magari dettata da un’elevata quantità di posta da smistare durante la giornata – da un lato vede i licodiesi costretti a recarsi all’ufficio postale dovendo anche chiedere permessi dal lavoro o riorganizzare la propria giornata. Dall’altro, l’aumento dell’utenza che deve ricorrere agli sportelli dell’ufficio postale a causa dell’accumulo di raccomandate mai consegnate. La questione, comunque, resta aperta: si tratta di casi isolati o di una prassi consolidata? E soprattutto, come garantire che il servizio per cui i cittadini pagano venga effettivamente erogato?