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Cultura

Cultura, il cortocircuito necessario tra via Crociferi e il MacS

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Foto dal sito ufficiale del Comune di Catania

A Catania c’è una strada che sembra nata per educare lo sguardo all’eccesso. È via Crociferi, una sequenza quasi teatrale di facciate, scalinate, chiese e ombre laviche che culmina in uno dei tratti più intensi del barocco siciliano. Chiunque passi per questa via, sente come se stesse leggendo una letteratura che parla di potere, che persuade e insegna.

A pochi passi da quella pedagogia scalfita su pietra, dentro la storica Badia Piccola di San Benedetto, il MacS, Museo Arte Contemporanea Sicilia espone arte figurativa contemporanea, in netto contrasto con il trionfo scenografico del Settecento. È in questa arteria catanese che si gioca una delle partite culturali più interessanti, nella quale l’inquietudine – spesso disarmante e perturbante – della figurazione dell’oggi genera un cortocircuito.

L’apparato baroccheggiante come specchio del presente

Il barocco è indissolubilmente legato alla città di Catania, quasi come una cartolina identitaria, e persino un fondale stereotipato di set per matrimoni, serie TV e passeggiate domenicali. Ma il barocco, soprattutto in una città ricostruita dopo il terremoto del 1693, è stato un atto politico prima ancora che estetico. Nessuna propaganda, bensì rassicurazione, ricostruzione, rinascita.

Lo si nota dall’armonia totale emanata dalla monumentalità delle chiese lungo via Crociferi. Ogni elemento è coerente con la funzione intrinseca ed estrinseca: ogni linea guida lo sguardo verso l’alto, come la promessa di poter riguadagnare un senso a tutto.

Alla luce di quanto affermato, l’inserimento dell’arte contemporanea in questo contesto non è un semplice “dialogo tra epoche”, tanto meno un contrasto pensato unicamente per incuriosire o far parlare. È un’antinomia che parla di noi come ambiente, come organismo e come essenza.

E forse non è un messaggio positivo: ci rivela la nostra debolezza, la degradazione che dal Settecento fino ad ora ha camminato indisturbata e l’abbandono di quelle che oggi a molti sembrerebbero solo infiorettature.

La figurazione contemporanea: ritorno o sabotaggio?

Dopo decenni di concettuale, minimalismo e smaterializzazione dell’opera, il corpo, il volto, la narrazione sono riapparsi con forza. Tuttavia la figurazione a cui si è tornati negli ultimi anni, non è un ritorno nostalgico alla pittura accademica né si prefigge di rassicurare. Le opere esposte al MacS, anche quando tecnicamente impeccabili, sono ben lontane dalla compostezza barocca, in quanto portano con sé fratture: identità ibride, corpi vulnerabili, mitologie private, ironie dissonanti… Se il barocco costruisce un ordine visivo totalizzante, l’arte contemporanea introduce l’ambiguità. Il primo propone una narrazione condivisa (religiosa, civile, comunitaria), la seconda insiste sul frammento, sull’individuale o sull’irrisolto. È un percorso che vuole mettere in crisi.

Ed è qui che il contrasto con via Crociferi diventa produttivo.

Il Museo si materializza come un neo, una spaccatura, una forzatura, o come la stanza più recondita di un lussuoso palazzo. Ed entrandovi, lo spettatore fa il suo ingresso in una metaletteratura del sé e del mondo.

E se il vero perturbante non fosse dentro il museo, ma fuori, nella rassicurante coreografia barocca di via Crociferi? Il barocco, che noi trattiamo come oggetto di ammirazione passiva o come autocelebrazione compensatoria, a quel punto diventa una misura scomoda: finché ne guardiamo le fattezze, siamo spettatori; ma assumendolo come parametro, diventiamo co-responsabili del nostro patrimonio.

Il museo come spazio di frizione

Il MacS è un caso interessante nel panorama italiano. All’interno della Badia Piccola di San Benedetto le regole si ribaltano. Qui il white cube smette di essere un guscio asettico che scompare per far brillare le opere; al contrario, si fa documento, un palinsesto che tiene la storia sempre presente. Non si tratta di qualcosa che trapela guardando “oltre”, ma di un sussurro che parla prima ancora che lo facciano le opere; le quali, dunque, vengono sin da subito costrette a un confronto feroce con le memorie antiche.

E se poco prima avevamo definito il contemporaneo come un corpo estraneo, ora invece si può inferire che a Catania il barocco rischia di fagocitare tutto, trasformando anche il presente in folklore.

Ma allora l’arte contemporanea non è capace di reggere il confronto con la densità simbolica del passato?

Non illudiamoci di trovare risposte definitive, ma cerchiamo di comprendere, invece, che il confronto verte sullo spettatore, non sulle opere. Non è il contemporaneo che deve mostrarsi all’altezza dell’arte barocca. Siamo noi che dobbiamo reggere lo spostamento di sguardo che tale confronto produce.

Tradizione come tensione, non come eredità

Catania ha un rapporto complicato con la sua bellezza: a volte la esalta, la celebra; altre volte la subisce e ne resta schiacciata. L’arte contemporanea, però, ci dice che il bello può anche essere inquieto e che oggi parlare di un corpo significa toccare nervi scoperti: politica, società e identità, temi che nel Settecento erano inimmaginabili, che oggi possono ancora destare diffidenza e odio. Tutto questo porta a divergenze e disunione. E ci chiediamo perché ognuno segua la propria bussola morale, senza seguire un sistema di valori preconfezionato.

Anche il barocco era eccesso, era teatralità, dramma! Anche il barocco amava il corpo, il pathos, la messa in scena… La differenza sta nel destinatario: ieri una comunità guidata da principi morali unanimamente condivisi; oggi un individuo immerso nella frammentazione.

E allora capisci che il MacS non è un corpo estraneo, non è una macchia o un errore dentro questa chiesa. È più come un libro aperto che legge noi mentre noi leggiamo lui. Sono il passato e il presente che smettono di farsi la guerra e dialogano. Il presente che smette di sentirsi “da aggiustare”.

Via Crociferi come anticamera concettuale

Forse il modo più interessante di vivere il museo è partire proprio dalla strada. Percorrere via Crociferi lentamente, lasciarsi sedurre dalla simmetria, dalle prospettive, dall’idea di un ordine superiore, e poi entrare al MacS considerandolo un unico percorso. È un’illusione necessaria.

Appena dopo l’impatto sarà più forte.

Perché l’arte figurativa contemporanea, vista dopo il barocco, appare meno “decorativa” e più problematica. I volti dipinti non sono icone, ma individui. Le scene non sono lì per fare la morale a qualcuno, ma per restare al fianco dello spettatore mentre si pone i suoi perché.

È in questo scarto che si racchiude il vero senso del MacS: esso consente al passato di non sentirsi concluso e al presente di non sentirsi orfano.

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