Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di don Santino Salamone, sacerdote di Santa Maria di Licodia, che monsignor Luigi Bommarito volle personalmente al suo fianco per dare vita al Museo Diocesano di Catania. Un racconto in prima persona, ricco di ricordi toccanti e retroscena inediti, che giunge in occasione del centenario della nascita del presule — per lunghi anni guida illuminata della diocesi etnea. Attraverso queste pagine prende forma il ritratto di un vescovo innamorato della propria missione pastorale, in cui la cura delle anime e la passione per l’arte sacra si intrecciavano in modo inscindibile. Una testimonianza che svela al lettore non solo la genesi di uno dei più importanti poli culturali della città, ma anche la profondità umana e spirituale di un’amicizia nata all’ombra della Cattedrale.
Come tutto iniziò
Il 1º Giugno scorso la comunità diocesana catanese ha celebrato il centenario dalla nascita di monsignor Luigi Bommarito, pastore illuminato e lungimirante Arcivescovo di Catania. La sua ferrea volontà pastorale, unita a un profondo amore per l’arte sacra, ha regalato alla città il Museo Diocesano, inaugurato il 1º febbraio 2001. Per comprendere la genesi di questa scommessa culturale, occorre fare un salto indietro nel tempo. È l’ultimo sabato di novembre del 1996. Il pranzo in Seminario è appena finito e nell’aria resta quel brusio tipico del dopopranzo. All’improvviso l’arcivescovo mi si avvicina: «Vieni un momento in disparte», mi dice. Mi fissa con uno sguardo fermo, di quelli che non ammettono repliche. Andiamo un po’ di lato, lontano dagli altri. Poi, va dritto al punto: «Dobbiamo dare vita al Museo Diocesano. Non c’è più tempo da perdere».
Sento il cuore che comincia a battermi forte in gola. La notizia mi investe in pieno. «Padre vescovo, mi coglie davvero di sorpresa», riesco a replicare, mentre una strana ansia comincia a farsi strada. «Non credo di essere la persona adatta. Non ho le competenze per un’opera così grande. Questa responsabilità mi schiaccia». Il “padre vescovo” mi guarda e sorvola sulle mie paure con un sorriso caloroso. Mi mette una mano sulla spalla, un gesto semplice che smorza subito ogni mia difesa. «La fiducia c’è e la decisione è presa», taglia corto. «Bisogna mettersi subito al lavoro».
A quel punto, nonostante il timore delle rigide dinamiche curiali, trovo il coraggio di osare. «Accetto, padre vescovo, ma a una sola condizione». Lo guardo negli occhi. «Ho bisogno di piena libertà d’azione. Dobbiamo muoverci in modo fermo ed efficace. Non possiamo permettere che i dubbi o i rallentamenti interni blocchino il progetto». L’arcivescovo non esita un secondo. «Avrai tutta la libertà che chiedi. Vai».
Un’opera simile non nasce dall’isolamento, ma dalla convergenza di professionalità eccellenti. Per questo ho voluto accanto a me un team multidisciplinare di alto profilo. Ho avuto il privilegio di avvalermi del talento e della freschezza scientifica di due giovani architetti, Giovanna Cannata e Cosmo Caruso, e della straordinaria competenza tecnica dell’ingegnere Saro Spina: a questi si devono il progetto strutturale, la direzione dei lavori, le complesse opere di consolidamento, restauro e adeguamento del fabbricato, fino all’ideazione e realizzazione dell’allestimento museografico. Accanto a loro la professoressa Claudia Guastella, rinomata storica dell’arte, il cui rigore scientifico è stato fondamentale: a lei si deve l’ordinamento e la meticolosa catalogazione delle opere e il loro ordinamento che ancora oggi tracciano il percorso museologico.
Il cammino si è articolato in quattro tappe strategiche:
1. La scelta della sede: un momento cruciale. Monsignor Bommarito individuò con straordinaria lungimiranza una collocazione di grande prestigio: la porzione est del settecentesco Palazzo del Seminario dei Chierici, fabbricato rimasto di proprietà del Seminario Arcivescovile. Una sede monumentale, affacciata su Piazza Duomo e intimamente connessa, anche strutturalmente, alla Cattedrale di Sant’Agata.
2. Il restauro e la progettazione: sotto la costante e paterna supervisione dell’Arcivescovo, ho coordinato i lavori di un cantiere tanto complesso quanto meticoloso, grazie all’accurata e competente direzione lavori dei tecnici. Sono stati due anni di intenso lavoro, volti non solo al restauro conservativo delle strutture, ma al loro pieno adeguamento funzionale e normativo.
3. La selezione e la raccolta delle opere: questa è stata forse la sfida intellettuale più alta. Non si trattava semplicemente di esporre degli oggetti, ma di compiere una selezione scientifica rigorosa. Ciascuna opera, oltre al valore estetico, doveva rispondere a precisi canoni storici, artistici, liturgici e museologici. Il cuore pulsante della collezione è stato così individuato nei magnifici arredi liturgici e negli argenti della Cattedrale – inclusi i cimeli dei vescovi storici e il celeberrimo fercolo argenteo di Sant’Agata – a cui abbiamo unito preziosi dipinti e manufatti salvati dall’oblio o dalla dispersione in parrocchie e conventi dell’intera diocesi.
4. L’inaugurazione: l’atto finale di questo straordinario sforzo congiunto, culminato il 1º febbraio 2001 con l’apertura solenne al pubblico. Quel giorno il Museo Diocesano ha aperto le sue porte non come un freddo deposito di oggetti sacri, ma come un polo culturale vivo e pulsante. Un luogo dove la memoria artistica e la fede della Chiesa catanese si offrono al mondo, tra lo splendore delle sue nove sale espositive e l’abbraccio delle meravigliose terrazze panoramiche, sospese nel cuore del barocco catanese.
In un’epoca quale quella contemporanea assorbita dall’effimero e da mostre temporanee nate solo per scopi commerciali, il nostro spazio si configura invece come un luogo di contemplazione, di spiritualità, laboratorio formativo per i ragazzi e non.
È un pomeriggio di Luglio del 1997, e la storia del nostro museo si arricchisce di un retroscena

davvero singolare. All’ingresso dell’episcopio, noto una tela che sembra quasi abbandonata a se stessa. Mi incuriosisce subito. «Padre vescovo, guardi questo dipinto», gli dico, indicando il quadro. «È messo qui all’inizio del corridoio, quasi per trascuratezza. Varrebbe la pena capire da dove arriva e se ha un valore». L’arcivescovo mi guarda e fa un sorriso saggio, di quelli di chi la sa lunga. «Caro Santino, l’ho voluto mettere apposta lì, nascosto dietro la porta. Tenere un profilo basso è la difesa migliore: evita che qualche malintenzionato ci metta gli occhi sopra». Resto colpito dalla sua scaltrezza protettiva. «Mi permette di mostrarlo alla professoressa Guastella? Magari lei riesce a risalire all’autore». «Procedi pure», mi risponde divertito, «vediamo cosa riuscite a scoprire».
Quell’intuizione si rivelò un’opportunità sbalorditiva. Dietro quel dipinto nascosto c’era una scoperta eccezionale: la firma di Antonio Cavallucci – inventavit et pinxit -, un grande maestro del Settecento romano. La tela raffigurava la Sacra Famiglia. Uno stile nitido, curato nei minimi dettagli, ma immerso in una luce così morbida da trasmettere un’incredibile sensazione di intimità e tenerezza domestica.
Il mistero oltre la tela: quando l’arte sacra squarcia il tempo
Nella Sala VII del Museo, il silenzio è interrotto solo dal sussurro della storia. Davanti alla Sacra Famiglia, splendido olio su tela dipinto nel 1790 dal maestro laziale Antonio Cavallucci, si consuma un fitto dialogo teologico e artistico tra me e Monsignor Luigi Bommarito. L’opera, commissionata dal monaco benedettino Raffaele Leyva mentre il Cavallucci lavorava alla grande pala per la chiesa di San Nicolò l’Arena, mostra la piena maturità dell’artista formatosi a Roma con Pompeo Batoni.
Qualche mese dopo, a restauro ultimato, ci ritroviamo di nuovo davanti alla tela. Il dipinto ha cambiato volto. «Osservi, padre vescovo», gli
dico, indicando i dettagli rinati sotto la pulitura. «Questo è il linguaggio accademico del Settecento romano, pulito, preciso. Eppure c’è dentro una vita incredibile. Tutto si concentra sull’intimità della Sacra Famiglia, su questa luce morbida che trasmette una tenerezza immensa». Monsignor Bommarito si avvicina ancora di più, scruta i particolari e sorride: «È una scena che rasserena il cuore, Santino. Sembra quasi di poter toccare la pace dell’anima». «È proprio così, monsignore. Davanti a un’opera del genere dobbiamo andare oltre la semplice descrizione e lasciarci trasportare alla contemplazione». Mi volto verso di lui, riprendendo un discorso che amiamo fare spesso. «È la solita dialettica tra il Visibile e il Visivo». Lui mi guarda con affetto e mi incoraggia: «Spiegamelo ancora con parole tue».
«Vede padre vescovo, il Visibile è quello che i nostri occhi riconoscono subito e ci rassicura: il volto della Madonna, il Bambino, San Giuseppe un po’ in ombra. È la superficie che accoglie il nostro sguardo. Il Visivo, invece, è lo scatto successivo. È il Mistero che irrompe all’improvviso attraverso la materia stessa del quadro. Può essere un grumo di colore più denso o questa luce apparentemente anomala che avvolge tutto e interrompe il racconto. Questo piccolo cortocircuito cattura chi sta pregando e fa crollare ogni certezza razionale». Monsignor Bommarito resta un momento in silenzio, con lo sguardo rapito dai giochi di luce. Poi annuisce lentamente. «Ho capito… Allora l’immagine stessa diventa una preghiera visiva». E continua a fissare la tela, in un silenzio pieno di stupore.
Il Museo Diocesano di Catania, oggi, è il custode di questo cortocircuito dello spirito. Dinanzi all’arte sacra, l’esperienza del porsi “davanti all’immagine” raggiunge il suo culmine più radicale. L’opera cessa di essere un semplice manufatto estetico per trasformarsi in una soglia sensibile dell’Invisibile. Se l’arte figurativa occidentale interpella la sensibilità dell’uomo, l’arte specificamente liturgica ne trasforma lo statuto, elevandolo da spettatore a testimone. Si attiva così una tensione profonda tra l’economia della materia – il pigmento, il legno, la tela – e la realtà spirituale del divino.
«Questo legame», mi ripeteva spesso monsignor Bommarito, unendo la sua profonda sensibilità teologica all’amore per l’arte, «nasce proprio dal paradosso visivo dell’Incarnazione. È il mistero di Dio che si mostra a noi nella carne». «È proprio così, padre vescovo», gli rispondevo, affascinato da quella visione. «Facendosi uomo, il Figlio di Dio riscatta l’umanità e la materia. Rappresentarlo non è solo lecito, diventa teologicamente necessario, proprio come insegna la Chiesa. Il compito dell’artista non è copiare la natura, ma trasfigurare il corpo umano per farne intravedere la santità. Ecco perché, davanti a una Crocifissione o a una Pietà, non stiamo guardando la cronaca di un passato lontano. Quell’immagine squarcia la storia e ci proietta nell’evento della Pasqua, rendendolo vivo e presente qui e ora, davanti ai nostri occhi». L’arcivescovo sorride, abbracciando con lo sguardo lo spazio in cui stavamo lavorando. «E questa stanza amplificherà meravigliosamente questa verità».
Oggi, camminando in quella che è diventata la Sala VII del museo, si percepisce chiaramente la profezia di quelle parole. La tela di Cavallucci dialoga idealmente con le altre opere straordinarie che fanno parte dell’allestimento. Lungo lo stesso percorso, il visitatore incontra la drammatica Crocifissione di Mario Minniti, il celebre amico e seguace di Caravaggio, e due tele frammentarie del periodo manierista che raffigurano l’Eterno e la Vergine incoronata. Insieme, proprio come avevamo sognato con il “padre vescovo”, queste opere continuano a trasformare la materia in spirito, prendendo per mano l’uomo nel suggestivo cammino dal visibile all’invisibile, dall’immanente al Trascendente.
L’Ultimo Dono: «Nunc Dimittis Servum Tuum, Domine»
Ci sono momenti in cui il tempo sembra fermarsi e la storia personale si fonde con la sacralità di un intero ministero. È il 14 settembre 2019, appena cinque giorni prima che monsignor Luigi Bommarito torni alla Casa del Padre. Il telefono squilla all’improvviso, e la sua voce, per quanto debole, è ferma nella richiesta: «Vieni a trovarmi, ti prego». Non perdo tempo e mi precipito da lui. Terrasini dista circa 250 chilometri da Catania, ma la strada scorre veloce, densa di pensieri.
Quando arrivo lo trovo allettato, visibilmente segnato dalla malattia. Eppure, i suoi occhi sono ancora accesi da quella stessa luce pastorale che per anni ha guidato la nostra Chiesa. Mi avvicino in silenzio; un silenzio rotto soltanto dal suo respiro affannato. «Figlio mio», sussurra con un filo di voce, cercandomi con lo sguardo. «Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace… Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola».
Resto immobile ad ascoltarlo, profondamente commosso da quel cantico di congedo che risuona nella stanza come un ultimo, definitivo abbraccio. Poi, l’arcivescovo fa un piccolo cenno con la mano, indicando un punto preciso. «Ne abbiamo fatte di cose belle, noi due. Prendi quel cofanetto poggiato sulla sedia», mi dice, faticando a pronunciare le parole ma con una lucidità assoluta. «Dentro troverai l’anello con l’ametista del mio episcopato e la croce pettorale, anch’essa con l’ametista, che i miei genitori mi regalarono per la mia consacrazione». Prendo la scatola tra le mani, e in quel piccolo pezzo di legno sento tutto il peso storico e affettivo del suo ministero episcopale. «Custodiscili, portali al museo», conclude il “padre vescovo”, fissando i miei occhi per l’ultima volta. «Conservali lì. E tu, continua a pregare per me».
Grazie
Un ringraziamento speciale e profondamente sentito va al pittore Giuseppe Giuffrida. La sua costante vicinanza durante le delicate fasi dell’allestimento e la sua dedizione instancabile alle attività del museo sono state un dono inestimabile. Insieme a lui, desidero ringraziare di vero cuore Valeria Pisasale, Mariele Giuffrida, Germana Sorbello, Renzo Guidi, Giovanni Ronsivalle e Massimo Schillaci: il loro supporto non è stato un semplice aiuto tecnico, ma un calore umano autentico che ha reso possibile l’intero percorso.
Un ringraziamento particolare e colmo di affetto va al Maestro Aldo Traverso. Caro Aldo, la tua maestria al violino è pari solo alla tua generosità d’animo. Grazie per aver ideato, curato e organizzato con immensa passione numerosi concerti di musica d’arte. Hai saputo tessere una trama invisibile di bellezza e condivisione, offrendoci non solo della musica sublime, ma una vera e propria oasi per l’anima.
Questo cammino di bellezza e conoscenza non si esaurisce però nelle note del tuo violino, ma trova un’ideale prosecuzione in altre menti illuminate che hanno arricchito il nostro percorso. Che dire infatti del professor Nino Rapisarda, con cui abbiamo curato conferenze di grande levatura culturale? Un sodalizio intellettuale che ha trovato una sponda perfetta nella sensibilità scientifica e umana del dottor Giovanni Bonizzoni, direttore di ricerca del CNR di Milano, carissimo amico e sostenitore del Museo.
Insieme a Giovanni abbiamo dato vita a convegni internazionali capaci di esplorare l’affascinante confine tra scienza ed arte. Tre personalità diverse, ma unite dalla stessa straordinaria passione, che insieme hanno saputo trasformare la cultura in un linguaggio universale e senza tempo.
Infine, il mio pensiero, con particolare gratitudine, vola ad Antonino (Nuccio) Vaccaielli, insegnante, restauratore e pittore. Con la sua singolare maestria ha ridato vita e luce a molte delle opere esposte nel Museo, custodendone l’anima più profonda, specialmente tra gli affreschi e le tele della Cappella, dove abbiamo condiviso la fatica e la meraviglia della rinascita di quel luogo. Di lui, fin dal nostro primo incontro, restano impressi nel cuore i momenti vissuti fianco a fianco, i silenzi complici del lavoro, la sua eccezionale generosità e quell’amicizia sincera che il tempo non potrà mai scalfire. Lo ricordo oggi con un nodo alla gola e un affetto immenso, stringendomi al silenzio e alla pace in cui ora riposa, immensamente grato per l’onore di aver camminato insieme a lui.
Il mio sguardo e i miei pensieri tornano ora, con profonda commozione, a te, “padre vescovo”. A te affido questi ricordi e queste riflessioni che nascono spontanee dal cuore. Ti consegno queste pagine con l’anima colma di gratitudine per la bellezza e la fede che la nostra Chiesa di Catania custodisce, e che tu hai saputo testimoniare e seminare con un amore pastorale instancabile. Un cammino prezioso, il tuo, iniziato ad Agrigento e impresso in modo indelebile qui, nel cuore della nostra comunità catanese.
Santino Salamone