Con la scomparsa di Francesco Guccini e Don Antonio Mazzi, in un agosto torrido, l’Italia perde due volti che sapevano comunicare con il popolo. L’uno a colpi di musica ricercata e autentica, che possiamo ben definire poesia; l’altro sempre accanto al Vangelo, vivendo e agendo in favore dei più deboli.
Francesco Guccini da sempre molto distante dalla Chiesa fatta di uomini imperfetti, trova la strada per parlare di Dio. Di quel Gesù Cristo che noi che seguiamo, immutabili nel “falso perbenismo”, e che con un atto grande e rivoluzionario giunge ad affermare: “Dio è morto” (brano scritto nel 1965, inciso due anni dopo da Caterina Caselli e da “I Nomadi”). È morto se non seguiamo quella strada che Ci ha indicato e se non concretizziamo negli altri il Suo Amore; ma Dio stesso ci salva dall’oscurità quando reagiamo fattivamente verso chi è afflitto, ai margini della società.
È proprio questo capovolgimento che ci offre questo brano musicale, che la RAI censurò, ma che con grande apertura e comprensione del testo Radio Vaticana trasmise e Papa Paolo VI apprezzò. Un brano, ispirato da Nietzsche e da Ginsberg, che rappresenta un avvertimento, un grido di dolore e rabbia e una speranza.
Don Antonio Mazzi si definiva un sacerdote di strada, quel prete che non vuole una vita facile, ma aiuta la gente soprattutto quelli che hanno fame di Dio e voglia di ripartire. Egli è un uomo di Chiesa, ma dal carattere solido e determinante, di fede accesa: proprio per questo è un prete schietto che le cose le ha sempre fatte e non le ha, di certo, mandate a dire. Due uomini apparentemente opposti fra loro, ma con tanti punti in comune a cominciare dalla comunicazione: schietta, perché è importante essere chiari.
Di certo è illuminante una canzone in bocca a un poeta che possiede l’abilità di far riflettere e il Guccini lo ha fatto con “Dio è morto” e in tutta la sua carriera artistica, a dimostrazione del fatto che anche il poetare è un servizio che si rende agli altri e che non implica ricompensa alcuna.
Ricordare don Mazzi significa pure attuare la parabola del “figlio prodigo”. Antonio Mazzi si rallegrava con più vigore della gente che lui stesso trascinava dentro la casa di nostro Signore Gesù Cristo, spendendo quelle parole consolanti che accolgono chi è nel buio, anziché i “perfetti” fedeli – falsi fedeli.
La poesia di Francesco Guccini è protesta che diventa necessaria dove si narra la vita. Capire l’amicizia, raccontare la speranza attraverso un vecchio e un bimbo. È riflettere sulla atrocità della Shoah. Don Mazzi e Francesco Guccini, ora più che mai, sono due rette parallele che s’incontrano nell’infinito: entrambi, operatori di verità immersi nella realtà quotidiana, restituiscono un senso di umanità che la nostra società disperatamente perde giorno dopo giorno.