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Associazionismo

Paternò, controreplica di Francesco Finocchiaro all’associazione “Penelope”

Finocchiaro, coordinatore regionale di Archeoclub d’Italia, aveva espresso le proprie perplessità sull’opportunità di ricorrere al co-housing, cosi come proposto dall’associazione “Penelope” per riqualificare edifici comunali da destinare a migranti e paternesi in difficoltà

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Joseph-Nicolas Robert-Fleury, Galileo davanti al Sant'Uffizio, 1847, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

“In riferimento alle dichiarazioni dell’associazione Penelope sulla vicenda abitare l’accoglienza, visto il suggerimento gratuito, sento la necessità di precisare”. A parlare Francesco Finocchiaro, coordinatore regionale di Archeoclub d’Italia,  il quale aveva espresso le proprie perplessità sull’opportunità di ricorrere al co-housing, cosi come proposto dall’associazione “Penelope” alla Commissione straordinaria, facendo ricorso a fondi pubblici per riqualificare edifici comunali, destinati a ospitare migranti e paternesi  in difficoltà.

L’associazione “Penelope” aveva “pensato” al COM, sito lungo Viale Kennedy, facenti parte del patrimonio immobiliare del comune di Paternò; ed ancora l’edificio di via Collegio attiguo alla Chiesa Santissimo Salvatore ma di proprietà dell’IPAB “Salvatore Bellia” ed infine l’ex albergo Sicilia di via Vittorio Emanuele la cui proprietaria è la Città Metropolitana di Catania. L’associazione Penelope aveva “suggerito” al coordinatore regionale di Archeoclub di “informarsi meglio sull’azione e l’attività dell’associazione e sugli interventi di contrasto del fenomeno del caporalato e dello sfruttamento lavorativo.  La proposte di co-housing non risponde ad un bisogno meramente abitativo, tende a liberare i migranti dal ricatto delle organizzazioni di caporalato e dagli interessi delle aziende marce che ne sfruttano la manodopera”. Fin qui “Penelope”.

Francesco Finocchiaro ha replicato specificando che “prendo atto delle attività che la vostra associazione dichiara di avere svolto nel contrasto al caporalato e allo sfruttamento lavorativo. Sono iniziative importanti, che meritano rispetto.  Tuttavia, credo sia necessario distinguere due questioni: il diritto a un’abitazione dignitosa e il diritto a un lavoro dignitoso.  Non ho mai messo in discussione il valore dell’accoglienza né la necessità di sottrarre i lavoratori a condizioni di ricatto e sfruttamento. Ho posto, invece, una questione di metodo, di strategia e di responsabilità pubblica- ha detto Finocchiaro- Se il problema strutturale è il caporalato, dobbiamo evitare che la risposta si esaurisca nella gestione delle sue conseguenze. Garantire un alloggio può contribuire a liberare una persona da una condizione di dipendenza, ma non modifica automaticamente i rapporti di forza nel mercato del lavoro, non restituisce legalità ai rapporti contrattuali e non elimina le responsabilità di chi sfrutta.  C’è poi una questione che riguarda Paternò: la destinazione del patrimonio immobiliare pubblico e la visione complessiva della città. Ogni proposta di riuso deve essere valutata rispetto ai bisogni della comunità, alla pianificazione urbanistica, alla sostenibilità gestionale e all’interesse pubblico.  Al contrario, riscontro per l’ennesima volta, nelle vostre risposte, un atteggiamento di saccenza valoriale che considero profondamente inopportuno. Se ogni volta che qualcuno esprime un dissenso, solleva un dubbio o chiede un chiarimento viene invitato a informarsi meglio, quasi fosse uno scolaretto da richiamare all’ordine dal maestro, allora non siamo più di fronte a un confronto democratico, ma a una sorta di teocrazia dei valori, nella quale qualcuno si attribuisce il monopolio del bene e della verità.  I valori non conferiscono a nessuno una superiorità morale, né possono diventare uno strumento per delegittimare il pensiero critico. La solidarietà non è una proprietà esclusiva, così come la sensibilità sociale non si misura dall’adesione incondizionata a una proposta. E trovo altrettanto imbarazzante il silenzio di tanti che, pur manifestando sottovoce perplessità e dissenso, rinunciano a esprimerli pubblicamente. Una comunità cresce attraverso il confronto, non attraverso il conformismo o il timore di essere giudicati moralmente per avere posto una domanda.  Non ho espresso giudizi sull’operato della vostra associazione. Ho sollevato questioni precise sulle politiche pubbliche, sull’utilizzo del patrimonio collettivo e sulle strategie di contrasto allo sfruttamento.  L’accoglienza è un valore. L’autonomia è un obiettivo. La legalità è una condizione irrinunciabile. Ma il dissenso è il fondamento di una comunità democratica. E nessuna buona causa, per quanto nobile, dovrebbe pretendere di sottrarsi alla critica. “Quando il dissenso diventa eresia, i valori si sono trasformati in dogmi” chiude Finocchiaro.

 

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