Nelle ultime settimane, ha fatto scalpore l’uscita del trailer di “The Odyssey”, film diretto da Christopher Nolan, che si basa sull’omonimo poema epico di Omero. Il trambusto e l’indignazione sono stati principalmente per la scelta ambigua e criticabile dei personaggi. Ma non è questa la questione da trattare al momento. Anche se è solo rimandata. L’attrice che interpreta Elena di Sparta, Lupita Nyong’o, ha affermato che “Omero dà poco spazio alle donne”. Premessa, la stessa Lupita ha affermato inoltre, in una recente intervista, di non aver mai letto l’Odissea e di non conoscere nemmeno lontanamente l’opera. “I really had no idea what The Odyssey was”.
Prima di arrivare ad una conclusione, partiamo dall’inizio.
L’Odissea, poema della letteratura greca, la cui paternità – seppur dubbia – è attribuita ad Omero, narra le avventure di Odisseo (da cui prende il nome) nel suo ritorno a casa, ad Itaca, dove ad attenderlo dovrebbero esserci (usiamo il condizionale, perché sono passati già dieci anni dalla fine della guerra di Troia) la moglie Penelope e il figlio Telemaco, che era ancora un neonato quando partì in battaglia.
Prima, però, spieghiamo l’antefatto della guerra di cui si parla nell’Iliade, altra opera di Omero.
La suddetta guerra nasce da una disputa tra donne. Precisamente tra tre dee: Era, Atena e Afrodite. Ognuno di loro voleva essere insignita del premio “donna più bella del mondo”, attraverso l’assegnazione del pomo d’oro. Poiché non riescono a trovare una quadra, cosa fanno? Passano la patata bollente (in questo caso la mela) ad un uomo, Paride, principe di Troia. Il poverino si trova circondato da offerte molto allettanti: potere, gloria e amore. Alla fine, cede ad Afrodite: avrà in sposa la donna più bella tra i mortali, Elena di Sparta. Peccato che Elena sia già la moglie di Menelao, re di Atene. Ma poco importa. Dettagli, futili dettagli. Quindi, le tre donne onnipotenti si servono di un uomo per decidere il destino di tutti i popoli della Grecia.
Fatto questo preambolo, possiamo continuare dove avevamo lasciato. È indubbio che l’idea del cavallo di legno che distrusse Troia sia stata proprio dell’eroe itacese. Grazie alla sua astuzia (viene definito “polutropos”, dal multiforme ingegno, non a caso), la città di Troia cadde. Ma sfugge un dettaglio, anzi una donna: Atena, la dea della saggezza. Ella, da sempre protettrice di Odisseo, gli infonde l’idea dello stratagemma ed è così che viene costruito il cavallo. È la stessa dea che intercede con Zeus affinché l’eroe possa ritornare nella sua patria dopo vent’anni. Assiste Odisseo nel naufragio presso i Feaci e lo accoglie al risveglio sull’isola. Trasforma Odisseo in un vecchio mendicante e, nelle ultime battute finali, aiuta lui e Telemaco durante lo scontro finale contro i pretendenti al trono.
Una donna, poco importa se sia una dea o meno, che tiene in vita un uomo e se ne fa garante. Prima di Atena, però, c’è la Musa che viene invocata dal poeta, in modo che possa ispirarlo nella composizione dei versi. “Parlami, o Musa, dell’uomo versatile […] Tali vicende dille anche a noi, o dea figlia di Zeus”. Dunque, un’altra donna, probabilmente Calliope.
Altra figura è quella di Nausicaa, figlia di Alcinoo e principessa dei Feaci. Ella accoglie Odisseo, approdato sulla sua isola, naufrago. La giovane gli offre ospitalità (“non mancherai di vesti né di alcun’altra cosa”) con eleganza e cortesia, nonostante si trovi davanti ad un uomo “tutto imbrattato di salsedine e nudo”. È alla corte di Alcinoo che Odisseo racconta le sue peripezie e l’avventura di Troia. Ed è così che vengono snocciolati gli eventi che vedono come protagoniste le donne.
Calipso, la bellissima nereide, abitante dell’isola di Ogigia, tiene prigioniero l’eroe per sette lunghi anni. Dopo averlo soccorso, lo incanta col suo canto, “lo lava e veste di vesti profumate”, lo convince a restare con lei, offrendogli addirittura l’immortalità, semmai accettasse di divenire suo sposo. Una donna immortale che offre il dono più prezioso ad un essere umano. Odisseo, però, rifiuta, spinto dal desiderio di tornare in patria. Non ci arriverà subito. Prima trascorrerà un altro anno ad Eea, isola della maga Circe, che con le sue pozioni magiche trasforma i marinai di Odisseo in maiali. Una donna riesce a sottomettere un manipolo di uomini selvaggi e a renderli innocui. E lo fa da sola, senza aiuti. Circe è una donna forte, carismatica, potente. Riesce a governare la natura, a piegare bestie e umani. Costretta da un intervento divino, lascia andare Odisseo.
Figure incantatrici sono le Sirene, per metà donne e metà uccelli. Esse, per via del loro canto melodioso, esercitavano sugli uomini un mortale incantesimo: ammaliavano i naviganti per poi divorarli. Donne temibili e paurose. Donne che danno la morte a chi si avvicina. Odisseo ne uscirà indenne, aiutato dai consigli di Circe. Impossibile non soffermarsi sulla dicotomia: da un lato una donna che dà salvezza, dall’altro delle donne che la negano. E nel mezzo, un uomo, che segue consigli ed esortazioni, senza mettere nulla di suo.
Ed infine, arriviamo a lei. A Penelope. Regina di Itaca e sposa di Odisseo, in assenza del marito si rimbocca le maniche e prende le redini della reggia. Dotata di grande intelligenza e saggezza, non si lascia intimorire dalle difficoltà che solamente una donna rimasta sola può attraversare. Cresce e alleva, insieme alla nutrice Euriclea, il figlio Telemaco, che all’epoca della partenza di Odisseo era solo un neonato e che ora è un giovane uomo in cerca del padre. Con lei, si apre un periodo di vero e proprio matriarcato (alla faccia di chi afferma il contrario!).
Immaginiamo una donna, nell’antica Grecia, in cui la presenza delle gentil sesso era solo di contorno, che ha pieno potere su un’intera isola. Immaginiamo sempre questa donna che si fa carico del governo di Itaca, si occupa degli approvvigionamenti, prende le decisioni politiche, si cura dei propri concittadini. La regina tiene testa ad un gruppo di uomini giovani, energici, forti, a tratti anche violenti, che si impadroniscono delle sua reggia e che intendono sposarla per subentrare al trono. Un uomo al posto suo avrebbe combattuto e, trattandosi di inferiorità numerica, sarebbe stato sicuramente sconfitto. Lei combatte. Strenuamente. Alla forza bruta (che si fisicamente non possiede) contrappone l’astuzia e l’inganno della tela che fila di giorno e sfila di notte.
Lo stratagemma occupa le giornate, i mesi, gli anni. I Proci, alla fine, smascherano la regina, ma dopo ben dieci anni. Dieci anni! Non dimentichiamo che è sempre lei a proporre la sfida dell’arco di Odisseo attraverso i dodici scuri ai principi itacesi. È lei che accoglie il marito sotto mentite spoglie di un mendicante, pur con ritrosia (“mi sarai caro e venerato nella mia casa“). È lei che mette alla prova Odisseo con il tranello del talamo nuziale. E, infine, è lei a decidere di riaccogliere nella propria casa un uomo che non vedeva da quasi un quarto di secolo. Fermiamoci qui. Si potrebbe continuare, certo. Ma il punto rimarrebbe sempre lo stesso.
Si può dire ancora che l’Odissea dà poco spazio alle figure femminili? Basta leggere l’opera per rendersi conto di tutto questo. Per rendersi conto che “il poco spazio alle donne” è l’ennesima sterile polemica di chi pensa solo a denigrare un capolavoro classico eterno, in nome di un’ideologia vuota e di un politicamente corretto che ha pesantemente stancato.
Articolo a cura di “LA”