Qualche tempo fa mi sono posto un obiettivo: raccogliere e raccontare le testimonianze di chi riuscì a sopravvivere ai tragici eventi del 14 luglio 1943. Ho incontrato uomini e donne che allora erano soltanto bambini. Qualcuno porta ancora sulla pelle i segni delle schegge, ferite che il tempo non è riuscito a cancellare.
Ogni anno questa ricorrenza può contare su un numero sempre più esiguo di testimoni diretti. Eppure Paternò, che pagò un tributo di sangue altissimo, non può permettersi di dimenticare. È per questo che, puntualmente, si rinnova il ricordo di quel primo giorno di bombardamenti. E come non ricordare anche il 15 luglio, il giorno più buio: l’incendio dell’ospedale militare, allestito nell’area dell’attuale Villa Comunale (allora Giardino Moncada), che costò la vita a don Ravazzini e segnò una delle pagine più dolorose della storia della città.
Mi piace riprendere una testimonianza tratta dalla raccolta “I racconti di nonno Francesco”. Alberto Giunta affida alla memoria parole che ancora oggi conservano tutta la loro forza, nella convinzione che questi semplici ma autentici racconti possano aiutare le nuove generazioni a conoscere la propria storia e ad apprezzare il valore della pace.
“Avevo compiuto diciotto anni da quattro giorni quando un’altra bufera di bombe, di una violenza inaudita, si abbatté su Paternò e sul territorio circostante. Era il 14 luglio 1943 e la nobile cittadina fu in parte distrutta, con centinaia di morti e altrettanti feriti. Fu sconvolta nel suo ordinario vivere quotidiano. Le “fortezze volanti” e le squadriglie di caccia compirono una carneficina che colpì soprattutto la popolazione civile. Quando la città del Castello Normanno cominciò a leccarsi le profonde ferite impresse nel suo tessuto umano, sociale e urbano, comprese, con rabbia e sgomento, quanto barbaro e inutile fosse stato quel bombardamento condotto scientificamente a tappeto”.
Quella strategia militare, nota come moral bombing, avrebbe trovato, anni dopo, un’approfondita ricostruzione storica nelle ricerche di Ezio Costanzo. Testimonianza più cruda quella scritta dal professore Barbaro Rapisarda. “L’apocalisse venne dal cielo”.
Gli sfollati furono migliaia. Molti lasciarono le proprie case senza sapere se vi avrebbero mai fatto ritorno. Per giorni intere famiglie rimasero divise, senza notizie dei propri cari, nel timore che fossero rimasti sotto le macerie. Solo con il passare del tempo alcuni riuscirono a ritrovarsi e a ricomporre, almeno in parte, le proprie famiglie.
Il luogo della memoria è oggi la Villa Comunale, dove ogni anno si svolge la commemorazione. Eppure pochi ricordano che le macerie della Paternò distrutta furono trasportate e scaricate nell’area di Piano Cesarea. È inevitabile domandarsi se, insieme a quelle pietre, non siano finite anche tracce di vite spezzate, resti umani mai recuperati o mai identificati. È il caso dei genitori e del fratello del professore Angelino Ciravolo, travolti dal bombardamento del 14 luglio 1943 e mai più ritrovati. La loro storia è raccontata nel volume La Passione di Sapere. Angelo Ciravolo, uomo di scuola e di cultura, a cura di Claudio Tugnoli e Pippo Virgillito. Nel capitolo “E la morte venne giù dal cielo”, Virgillito ricostruisce con intensa partecipazione il dramma che segnò per sempre la vita del professore Ciravolo.
E quante volte l’onorevole Antonino Lombardo, nato proprio il 14 luglio 1927, negli anni della sua lunga vita evitò di festeggiare il compleanno. Quella data, per lui come per centinaia di paternesi, non rappresentava una ricorrenza, ma una ferita che il tempo non aveva mai rimarginato.
Molte domande, probabilmente, non troveranno mai una risposta. Ma è proprio questo il senso della memoria: continuare a interrogarsi. Dopo ottantatré anni, ricordare quei giorni può ancora rappresentare un’opportunità?
Forse sì. L’opportunità di consegnare alle nuove generazioni una storia che non hanno vissuto, ma che appartiene alla loro identità. L’opportunità di trasformare il dolore in conoscenza, il ricordo in responsabilità civile, la commemorazione in educazione alla pace. Mai più guerre. Perché una città che conserva la memoria delle proprie ferite è anche una città che sa riconoscere il valore della vita e della libertà. E finché qualcuno continuerà a raccontare ciò che accadde il 14 e il 15 luglio 1943, Paternò non avrà dimenticato i suoi morti.