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Cronaca

Paternò, la città ricorda Michelangelo Virgillito a 49 anni dalla sua morte

I cittadini lo ricordano attraverso la preghiera, attraverso le opere della Fondazione, attraverso il Santuario e attraverso quei gesti concreti che contribuiscono a ricomporre la memoria di un uomo con la sua città.

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Il 27 agosto 1977, da Milano, arrivò a Paternò la triste notizia della morte di Michelangelo Virgillito. A quarantanove anni dalla sua scomparsa, il suo nome continua a vivere nelle opere di carità e nella memoria di quanti ne conobbero la generosità e ancora oggi ricevono assistenza attraverso la Fondazione. Fu una notizia che colpì profondamente la città e che, nel corso degli anni, non è mai stata completamente dimenticata. Dopo quasi mezzo secolo, la sua città natale può fare ancora di più per custodirne il ricordo.

Da decenni, nelle chiese di Paternò e dell’XII Vicariato, vengono celebrate Messe in suffragio dell’anima del grande benefattore. Anche quest’anno, sebbene la ricorrenza cada in un giorno feriale di metà settimana, il ricordo della sua morte assume un significato particolare alla luce della Parola del Vangelo.

Sono stati invitati tutti i ragazzi, che hanno partecipato alle colonie estive e quelli che hanno ricevuto le borse di studio a partecipare alla messa di suffragio.

Il Vangelo del 27 agosto propone infatti le parole di Gesù ai discepoli: «Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà». E ancora: il Signore indica come esempio il servo fedele e prudente, colui che, nell’attesa del padrone, continua ad adempiere con responsabilità al compito che gli è stato affidato.

È difficile non pensare, davanti a queste parole, alla vita di Michelangelo Virgillito e alla sua particolare concezione della ricchezza e del dovere verso gli altri.

“Io ho avuto per dare e non per trattenere”.

Virgillito fu un uomo che conobbe il valore del denaro. La stampa nazionale lo aveva ribattezzato il “re Mida”, ma soprattutto seppe comprendere che la ricchezza poteva diventare uno strumento per il bene. Lo aveva detto con parole nette già nel 1965, in una lettera aperta indirizzata ai suoi concittadini, dopo aver ricevuto dalle mani del sindaco, il dottor Giuseppe Benfatto, le chiavi della città.

“Solitamente, altri accumula ricchezze ed ogni bene di sorta per avidità di dominio e per soddisfare esigenze della propria persona”, scriveva. E poi, con una frase che forse più di ogni altra racchiude la sua filosofia di vita e respingeva le dicerie e le invidie che circolavano nel piccolo paese: “Nessuno può muovermi rimprovero di avere agito per fine di personale egoismo, se è vero, come è vero, che io ho avuto per dare e non per trattenere e conservare!”

Non sentiva, dunque, il bisogno di vantarsi delle opere realizzate. Erano esse stesse, secondo le sue parole, la testimonianza della “fervida ansia di giovare agli altri” che portava nel cuore.

E quando ricevette le chiavi della città, Virgillito non le interpretò soltanto come un riconoscimento pubblico. Le considerò quasi un impegno morale, una sorta di legame sacro con la sua comunità: “una comunione spirituale di intenti e di opere”, come gli aveva suggerito sin da piccolo la madre, Provvidenza Bonaccorsi.

Arrivò persino a parlare di una nuova condizione della propria persona, fondata sulla “conformità al bene, all’onestà e alla virtù”.  Parole pronunciate oltre sessant’anni fa, ma che sembrano conservare ancora oggi una sorprendente attualità.

C’è poi un aspetto della personalità di Virgillito che meriterebbe di essere conosciuto maggiormente: la sua spiritualità. Secondo la testimonianza dei nipoti, negli ultimi anni della sua vita Michelangelo Virgillito aveva cercato l’incontro con Padre Pio da Pietrelcina. Un incontro che non riuscì a realizzarsi personalmente e che rimase affidato a uno scambio epistolare.

È un particolare che contribuisce a restituire un’immagine meno conosciuta del grande uomo d’affari e benefattore: quella di un uomo alla ricerca di una dimensione spirituale, attento al significato della propria esistenza e al rapporto con Dio.

E proprio per questo il Vangelo di quest’anno sembra quasi offrire una chiave per rileggere la sua vicenda: vegliare, essere pronti, essere servi fedeli e saggi. La vera eredità di un uomo, infatti, non è soltanto ciò che possiede, ma ciò che lascia agli altri.

A Paternò, il nome di Virgillito è legato a numerose opere destinate ai più bisognosi. Una parte importante della sua ricchezza fu trasformata in aiuto concreto per la sua città natale attraverso la Fondazione. Ancora oggi la Fondazione Michelangelo Virgillito continua a operare, rivolgendo la propria attenzione alle persone più povere e fragili della comunità.

Sono opere che costituiscono una presenza concreta e, forse, la testimonianza più autentica di quell’affermazione pronunciata dallo stesso Virgillito: “Io ho avuto per dare”.

Eppure rimane una domanda che non può essere elusa: Paternò ha davvero conservato la memoria di Michelangelo Virgillito?

A distanza di tanti anni dalla sua morte, manca ancora in città un segno pubblico forte e permanente che ne ricordi il nome e la figura. Una targa, una piazza, un luogo pubblico che racconti alle nuove generazioni chi fu quell’uomo che tanto fece per la sua terra.

E allora la domanda diventa inevitabile: i paternesi hanno dimenticato Michelangelo Virgillito?

In questo percorso di recupero della memoria assume un significato particolare l’impegno dell’orionino don Miguel Sánchez, rettore del Santuario di Maria Santissima della Consolazione.

Da quando è alla guida del Santuario, don Miguel ha lavorato per riportare il tempio allo splendore che aveva raggiunto nel 1954. E, guardando al cinquantesimo anniversario della morte di Virgillito, si è fatto promotore dell’idea di dedicargli la piazza antistante il Santuario.

Ancora più significativo è stato il gesto compiuto insieme ai componenti del direttivo della Fondazione Michelangelo Virgillito: riportare a Paternò un po’ della terra che aveva accolto per mezzo secolo le spoglie del benefattore. Là, nell’Eremo di Avellana, dove Virgillito era stato sepolto, il tempo aveva ormai fatto il suo corso. Non erano più presenti resti ossei, ma rimaneva la terra che per cinquant’anni aveva custodito la sua memoria.

Un po’ di quella terra è stata riportata a Paternò e tumulata nel Santuario, nell’altare dedicato a Virgillito, dove trova posto anche il San Michele, opera dello scultore Cirinnà.

È un gesto semplice e, nello stesso tempo, profondamente simbolico: riportare a casa, almeno attraverso la terra, un figlio che aveva sempre portato Paternò nel cuore.

Sono le parole del suo testamento che colpiscono ancora oggi: “Paternò, Paternò, sapessi quanto ti ho amato!

Parole attribuite alle sue ultime volontà testamentarie, che esprimono con straordinaria immediatezza l’affetto di Virgillito per la propria città.

Non era soltanto il paese dove era nato. Era la sua Paternò, quella alla quale aveva voluto restituire una parte importante di ciò che aveva ricevuto dalla vita.

Ricordarlo, dunque, non significa soltanto celebrare un ricco imprenditore o un grande benefattore del passato. Significa interrogarsi sul rapporto che ciascuno di noi ha con la propria comunità.

Quanti, oggi, potrebbero pronunciare con la stessa sincerità quelle parole? Quanti possono dire di amare veramente Paternò?

La domanda non vuole essere un rimprovero. È piuttosto un invito a riflettere. Perché amare una città non significa soltanto parlarne bene, lamentarsi dei suoi problemi o rivendicare i suoi meriti. Significa anche sentirsi responsabili del suo futuro, soprattutto dei più deboli.

Dopo quarantanove anni, Michelangelo Virgillito rimane dunque una figura da riscoprire. Non soltanto per ciò che fece, ma per ciò che pensava. Non soltanto per le opere che lasciò, ma per la concezione della vita che emerge dalle sue parole.

In un’epoca nella quale spesso il successo personale viene misurato attraverso ciò che si riesce ad accumulare, le parole di Virgillito possono apparire quasi controcorrente: «Io ho avuto per dare e non per trattenere e conservare».

Il 27 agosto 2026, a quarantanove anni dalla sua morte, Paternò torna dunque a ricordare Michelangelo Virgillito. Lo fa attraverso la preghiera, attraverso le opere della Fondazione, attraverso il Santuario e attraverso quei gesti concreti che contribuiscono a ricomporre la memoria di un uomo con la sua città.

Ma il cinquantesimo anniversario, ormai vicino, potrebbe essere anche l’occasione per fare un passo ulteriore: restituire a Virgillito un posto visibile nella sua Paternò.

Perché una città non vive soltanto delle sue strade, dei suoi palazzi e delle sue piazze. Vive anche della memoria dei suoi figli migliori.

E Michelangelo Virgillito, con tutte le sue vicende umane, con la sua fede, con le sue opere e con la sua generosità, è certamente uno di quei figli che Paternò non dovrebbe dimenticare.

 

 

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