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Paternò, crolli al Castello Normanno: transennata l’area e ordinanza di chiusura in arrivo

Cronaca di un disastro annunciato

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Il Castello Normanno chiude i battenti. L’ordinanza di chiusura è ormai pronta sul tavolo dei commissari straordinari e attende solo di essere firmata a brevissimo. Una decisione drastica, ma inevitabile, scattata dopo il grave episodio verificatosi nel pomeriggio di giovedì scorso e che si è ripetuto nella serata di ieri, venerdì 12 giugno, quando diverse pietre bianche si sono staccate dal cornicione superiore del maestoso dongione normanno, piombando al suolo.

Fortunatamente non si registrano feriti, ma il rischio è stato altissimo. L’area circostante è stata immediatamente transennata e interdetta al passaggio pedonale e veicolare. Alla base del crollo, secondo le prime verifiche, ci sarebbe una cronica e prolungata mancanza di manutenzione ordinaria e straordinaria.

La “profezia” inascoltata del 2023. Ciò che fa più discutere, tuttavia, è che questo cedimento non è affatto un fulmine a ciel sereno. Si tratta, al contrario, di una vera e propria cronaca di un disastro annunciato. In maniera quasi sibillina, ma estremamente puntuale e lungimirante, i nodi critici della struttura erano stati messi nero su bianco già il 26 novembre 2023 in un dettagliato intervento giornalistico a firma del collega Francesco Finocchiaro. In quell’occasione, era stato a lanciato un grido d’allarme rimasto purtroppo inascoltato, analizzando lucidamente lo stato di salute della torre:

Ma la torre non sta bene – si legge nell’articolo – mostra i segni del tempo e denuncia con evidenza problemi strutturali e di infiltrazione, il suo quadro fessurativo (da parte a parte al primo piano) e il dilavamento in facciata (sud e ovest) sono i segni premonitori della sua malattia, mai diagnosticata.

I guasti del passato e le sfide del futuro. L’analisi giornalistica di allora – rivelatasi oggi profetica – affondava le radici anche nei problemi storici legati ai vecchi restauri degli anni ’70 e ’80. Interventi che, figli di una visione superata del restauro, avevano “scarnificato la pelle (intonaco)” del castello per enfatizzare la tessitura muraria a vista, esponendola così anzitempo all’azione degradante degli agenti atmosferici (un destino simile a quello subito dalla chiesa di San Francesco sull’acropoli).

Oggi il distacco delle pietre dal cornicione impone una transizione non più rimandabile. Non basta più solo transennare o “curare” l’emergenza. Come si sottolineava già nel pezzo del 2023, la sfida per il futuro del sito archeologico deve essere più ambiziosa. Ora la parola passa ai commissari per la firma dell’ordinanza. Ma la chiusura non può e non deve essere una pietra tombale sul monumento, piuttosto, un punto di partenza per una diagnosi reale e un restauro definitivo…

 

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