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Cultura

Paternò, presentazione del restauro della Tavola di S. Maria dell’Alto

Un dipinto dimenticato più volte, lasciato al degrado e all’incuria, oggi trova finalmente la giusta considerazione da parte di chi l’arte la vive davvero e sa apprezzarne il valore.

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Occasione mondana e culturale mancata per molti cittadini di Paternò, forse intenti a preferire la villeggiatura. Un dipinto che per secoli ha portato con sé una sorta di “maledizione”, quasi da letteratura romanzesca: dimenticato più volte, lasciato al degrado e all’incuria, oggi trova finalmente la giusta considerazione da parte di chi l’arte la vive davvero e sa apprezzarne il valore.

Dopo il restauro, il dipinto torna alla visione dei parrocchiani e dell’intera collettività. Si tratta della raffigurazione di “Santa Maria dell’Alto”, una tempera su tavola verosimilmente risalente al XIV secolo. Un’opera che, tra le trame dei colori e i segni del tempo, custodisce storie sovrapposte nel corso dei secoli.

Dopo la messa vespertina di Pentecoste  la chiesa monastero di Paternò si è trasformata, per una sera, in un elegante salotto della cultura (non è la prima volta) e in una suggestiva galleria d’arte.

Grande l’attesa per la protagonista della serata: la pala restaurata che, anticamente — o quasi certamente — ornava l’altare maggiore della chiesa madre di Paternò, posta sull’altura della collina storica.

Ad accogliere il pubblico presente e a moderare l’incontro è stata Lucrezia Tirotta, componente della Commissione Cultura ed Eventi di Santa Maria dell’Alto e dell’associazione culturale “Amici di Sofonisba”.

Nel suo breve intervento, il parroco don Salvatore Patanè — quasi a conclusione del proprio ministero pastorale, o “parrocato come lui dice”, a Paternò — ha espresso la soddisfazione, dopo il recupero dei dipinti di Sofonisba, di poter consegnare alla città un ulteriore tassello del suo patrimonio culturale: un’opera pittorica di grande valore storico e artistico.

Un gesto che sembra richiamare il celebre pensiero attribuito a Michelangelo: “Bisogna avere un ideale alto per guardare sempre più in alto”. E quale obiettivo più alto, se non quello di riconsegnare alla città la pala della Madonna dell’Alto?

Lo svelamento del dipinto ha lasciato i presenti stupiti e affascinati dalla nuova luce restituita all’opera e dalla rinnovata resa estetica del dipinto.

Millenaria la fede degli abitanti di Ibla o Inessa — quale che sia l’antica identificazione della città di Paternò — verso la Madre Celeste. A ripercorrerne la tradizione è stato il professore Francesco Giordano che, attraverso diverse ricerche, ha spiegato quanto sia stato difficile reperire fonti certe sulla devozione alla Madonna dell’Alto. Secondo gli studi, la titolazione deriverebbe proprio dalla collocazione della chiesa sull’altura dell’antica città, come avveniva in molte altre realtà del tempo.

Domenico Cretti, restauratore già noto a Paternò per il suo prezioso lavoro sui dipinti di Sofonisba, ha soddisfatto la curiosità dei presenti illustrando le indagini svolte sull’opera. Secondo le sue analisi, il dipinto presenta importanti interventi settecenteschi. Il restauratore non ha nascosto il precario stato di conservazione in cui la pala versava nei secoli passati, ancora evidente nelle macchie di umidità di risalita presenti sulla tavola, lasciata per lungo tempo, da mani ignote, quasi a marcire.

Sono stati accertati diversi interventi di restauro, almeno due, uno dei quali risalente al 1561. Ma la rivelazione più sorprendente è arrivata grazie alle indagini radiografiche, che hanno restituito un’immagine estetica molto diversa rispetto a quella oggi visibile, della Madonna Nera.

Fondamentali, inoltre, le scritte presenti sul retro della tavola, così come spiegato da Mariagrazia Patti della Soprintendenza BB.CC.AA. di Catania, insieme alle analisi del palinsesto illustrate da Roberta Carchiolo, anch’essa funzionaria della Soprintendenza.

Il mistero sulle origini del dipinto era stato già riportato dallo storico Salvo Di Matteo, che scrive: “L’opera di più vivo interesse, pur oggi conservata nella chiesa della SS. Annunziata, era tuttavia il quadro dell’altare maggiore, una tempera su tavola raffigurante la Madonna dell’Alto, attribuibile a un madonniere locale del XIV secolo: la Vergine, assisa al soglio col Bambino poppante in grembo, è espressa nella rigidità tipica degli esemplari bizantini del tempo; lo stesso color nero del volto e della mammella nuda ricollega la tavola al simulacro venerato nel Santuario di Tindari.

Comunque, è infondata la tradizione, originatesi forse nel XVI secolo e accolta da Rocco Pirri, che assegna il dipinto all’anno 135 (data apposta, evidentemente in tempi posteriori, in calce all’immagine stessa) e ascrive al conte Ruggero il merito di averlo trasferito in Santa Maria dell’Alto dall’antica città di Inessa, come vuole l’iscrizione, posteriore al 1630, apposta sul retro dell’immagine: “Vetusta imago Beatae Mariae de Alto picta anno Domini CXXXV, ut clarius calce imaginis apparet, ex Inessa Rogerius in cacumine montis, ubi antiquius Paternionis civitas erat sita, in hanc Majorem Ecclesiam quam inanem repererat retulit, ut scripsit Pirro””.

Tradotta: “Antica immagine della Beata Maria dell’Alto, dipinta nell’anno del Signore 135, come appare più chiaramente dalla parte inferiore dell’immagine; Ruggero la trasferì da Inessa, dalla cima del monte dove un tempo era situata l’antichissima città di Paternione, in questa Chiesa Maggiore, che aveva trovato abbandonata, come scrisse Pirro”.

Infine se pure tardi, affascinanti e suggestive anche le immagini esclusive realizzate durante le fasi del restauro da Gianfranco Romano, capaci di raccontare con autenticità il delicato lavoro eseguito sulla tavola.

Un restauro che ha mantenuto lo strato pittorico settecentesco, mettendo però in evidenza parti della pittura originaria trecentesca e una successiva ridipintura cinquecentesca. Presenti all’evento il commissario del comune di Paternò Gaetano D’Erba e il deputato nazionale Francesco Ciancitto.

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