Definire lo spettacolo “Le labbra rosee apre al sorriso”, dedicato a Sant’Agata e andato in scena ieri all’interno della chiesa di San Nicolò l’Arena di Catania, semplicemente come un dramma musicale sarebbe riduttivo. Lo spettacolo è qualcosa di più. In un’ora e mezza di alternanza tra parti recitate e musica dal vivo, porta con sé concetti importanti come la trasmissione della fede, i dubbi che attanagliano i giovani di oggi — spesso portati a voler risolvere tutto attraverso la sola ragione — , la difficoltà di riuscire a credere senza se e senza ma e, perchè no, anche quel «Turpe est vivere in patria et patriam non cognoscere» di Plinio il Vecchio (vergognoso vivere nella propria terra e ignorarne la storia e le tradizioni), monito rivolto a quei giovani che spesso dimenticano da dove vengono.
La replica di ieri, dopo la prima dello scorso 19 giugno tenutasi all’interno della cattedrale di Catania, si inserisce nel percorso di iniziative legate al grande anniversario che quest’anno il capoluogo etneo ha dedicato alla sua patrona. Lo spazio sacro, solitamente riservato alla liturgia, ha accolto uno spettacolo che ha mescolato musica sinfonica, canto corale e narrazione teatrale, offrendo ai presenti un’esperienza completa e pregnante. A dare forma all’iniziativa è stato padre Francesco La Vecchia, religioso dell’ordine Domenicano che da anni guida la Cappella Musicale Agatina del Duomo di Catania, insieme al prof. Salvatore Riccardo Spoto, che ha curato la scrittura dei testi e la regia dell’intero allestimento, occupandosi anche della composizione e della direzione musicale.
Il tutto parte da alcune domande — che potrebbero essere quelle di chiunque — di un giovane dei tempi odierni (Francesco Leotta) che vive la difficoltà concreta di riuscire a conciliare l’aspetto folkloristico, festoso ed alcune volte fortemente contraddittorio della terza festa cattolica più grande al mondo, con il vero senso cristiano del martirio, della santità e del morire per non aver rinnegato la propria fede. Con un balzo narrativo di 900 anni, a condurre il racconto, sono i soldati Gisliberto e Goselmo (Amedeo Amoroso e Matteo Leocata), voci narranti di un’impresa impensabile come quella del recupero e il successivo ritorno in città delle spoglie della santa, custodite per lungo tempo a Costantinopoli.
Attraverso la loro narrazione, l’opera non si limita a ripercorrere gli eventi in maniera fredda e asettica, ma apre interrogativi più ampi e sempre attuali. Quanto possiamo fidarci delle storie tramandate nei secoli? È necessario avere prove concrete per credere in un fatto o basta la forza con cui una comunità continua a raccontarlo di padre in figlio? Un passaggio, in particolare, colpisce per la sua attualità: il ricordo del corteo che accompagnò il rientro delle reliquie in città, partecipato non solo dai fedeli cristiani, ma anche dagli abitanti di fede ebraica e musulmana — allora presenti in numero consistente sull’isola — uniti da un senso di appartenenza collettiva più forte delle divisioni religiose.
Attorno al racconto, a rendere il tutto ancora più coinvolgente, vi è una squadra ampia: il Coro della Cappella Musicale Agatina del Duomo di Catania, i giovani musicisti dell’Orchestra Sinfonica del Liceo Musicale “Angelo Musco” di Catania e la Compagnia “Brigata Teatrale Melo Minissale” di Santa Maria di Licodia, che ha curato la parte più propriamente attoriale e coreografica dello spettacolo. C’è anche tanta Santa Maria di Licodia tra i personaggi dell’opera (oltre al regista), a partire dalla nonna (Maria Concetta Minissale) che prova a trasmettere la fede verso la “santa” al nipote, fino a Quinziano (Antonio La Malfa), Afrodisia (Rita Battiato) e, non ultima, la stessa Agata (Eleonora Seminara). A completare il quadro, le musiche originali pensate per l’occasione che portano le firme di Michele Giarrusso, Salvatore Nicolosi, Filippo Tarallo e Pietro Figura.
L’opera è, in fondo, un messaggio rivolto al presente. Al di là della cornice storica, lo spettacolo sembra parlare soprattutto a chi vive oggi, in un momento storico in cui le città appaiono sempre più divise per censo, provenienza e origine. La rappresentazione invita a riflettere su quanto le tradizioni condivise — religiose o popolari che siano — possano ancora funzionare da collante sociale, tenendo insieme persone diverse attorno a una memoria comune. Una memoria identitaria per ognuno, che vale la pena alimentare e tenere viva, per potervisi immergere continuamente. Presenti alla serata l’Arcivescovo di Catania Luigi Renna e quello della diocesi di Nardò-Gallipoli, Fernando Tarcisio Filograna.