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Cultura

CineCult24, da Omero a Nolan: cosa resta (e cosa si perde) di Ulisse in “The Odyssey”

Viaggio tra le licenze narrative di un kolossal che tradisce Omero nella trama ma non nell’anima del mito

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Il 16 luglio è uscito nelle sale l’attesissimo “The Odyssey”, firmato Christopher Nolan. Una pellicola discussa ancor prima della sua uscita, tra critiche, opinioni contrastanti e apprezzamenti. Il film mette in scena uno dei grandi poemi omerici, l’Odissea, il viaggio di Ulisse, il ritorno verso casa, verso Itaca. È il “nostos” (viaggio di ritorno) dell’eroe greco che, dopo aver combattuto a Troia per dieci lunghi anni, salpa verso la sua patria e per raggiungerla impiegherà un altro decennio. Vent’anni lontano da casa, dalla moglie Penelope e dal figlio Telemaco che non ha mai conosciuto il padre se non attraverso i racconti altrui. Il film si apre proprio da qui, con Telemaco che cerca disperatamente notizie del padre, per mare e per terra, mentre la sua reggia e il trono sono minacciati dai Proci, i giovani pretendenti itacesi che vorrebbero sposare la regina e uccidere il figlio. Attraverso lunghi flashback, Ulisse ricostruisce la sua storia: il cavallo di Troia, l’incontro con i Lestrigoni, la maga Circe, Scilla e Cariddi, l’isola di Elios, la ninfa Calipso, fino al ritorno ad Itaca.

Nolan non ha badato a spese per la realizzazione del film, arrivato a costare 250 milioni di dollari. E non ha risparmiato fatica nemmeno ai suoi collaboratori, considerato che l’intera pellicola è stata girata in IMAX 70 mm, il formato che garantisce la massima qualità visiva raggiungibile ma che complica ogni fase della lavorazione. Si tratta infatti di un metodo analogico, con tagli apportati manualmente uno per uno e attrezzature ingombranti, difficili da spostare da un set all’altro. Un lavoraccio, insomma.

Tornando alla trama, si può dire che Nolan sia stato fedele all’originale? Se per i costumi non sempre si è stati fedeli, non si può neanche parlare di una fedeltà degli eventi narrati che alcune volte appaiono allo spettatore veloci e ridotti all’essenziale. Partiamo dall’inizio. È Ulisse stesso a narrare la storia dalle spiagge di Ogigia dove viveva Calipso, piuttosto che  dall’isola dei Feaci, alla corte del re Alcinoo, dove viene accolto dopo un naufragio dalla principessa Nausicaa e prende posto al banchetto reale intrattenendo i presenti con il racconto dei suoi viaggi. Di questo episodio, nel film, non c’è traccia. Nella versione di Nolan, il viaggio di Ulisse diventa per il protagonista un percorso di redenzione, segnato da senso di colpa, pentimento e desiderio di rimediare, snaturando forse la vera essenza del protagonista. L’Ulisse omerico è tutt’altro: un uomo fiero, senza remore per il proprio operato, che non si pente né dell’inganno del cavallo né di nessun’altra sua azione. È abituato a servirsi del proprio ingegno e a vincere, e forse davvero “non vuole tornare veramente a casa”, perché la sua natura avventurosa lo spinge sempre a cercare altro oltre la sua Itaca.

Altra licenza narrativa la troviamo in Sinone, il giovane soldato greco scovato e ucciso dai Troiani. Nell’Ade, dove i morti hanno una consistenza fisica anziché essere semplici ombre, Sinone accuserà Ulisse di averlo sacrificato e di non avergli concesso una degna sepoltura. Nel poema le cose stanno diversamente, dove Sinone è pienamente consapevole del piano di Ulisse, viene catturato dai Troiani ma non ucciso (perderà la vita solo più tardi, durante la traversata di Scilla e Cariddi). Non è il ragazzino sprovveduto che il film racconta, ma un soldato greco a conoscenza dell’inganno del cavallo, disposto a rischiare la propria vita pur di veder cadere Troia. Potremmo dire la spia per eccellenza, essenziale alla riuscita della guerra.

Troia cadrà in una sola notte, quando l’esercito acheo, guidato da Agamennone, re di Micene, farà il suo ingresso in città mettendola a ferro e fuoco. La scena ha indubbiamente una potenza visiva ed emotiva sensazionale, come trovarsi al cospetto di una figura autorevole a cui non si può dire di no: il cimiero dell’armatura di Agamennone svetta sullo sfondo di un cielo tinto di fuoco. C’è però un dettaglio, tutt’altro che secondario, che ne intacca l’essenza: l’armatura, paragonata dai più a quella di Batman, richiama alla mente dello spettatore l’idea di un supereroe Marvel piuttosto che quella di un condottiero del XIII secolo a.C. . Un re miceno privo di ogni tratto eroico, che non si batte mai, non si sporca le mani di sangue, resta sempre perfettamente in ordine, come se fosse lì solo per apparire, pura tappezzeria. Il volto non si vede mai con chiarezza, ma dai capelli e dall’aspetto fisico si intuisce che si tratta di un uomo giovane. L’Agamennone reale era invece già avanti con l’età, combatteva insieme ai suoi soldati e gozzovigliava nell’accampamento. Altro scivolone interpretativo riguarda Clitennestra, sua moglie, fatta passare per sorella gemella di Elena e, come tale, dalla pelle scura.

E qui casca l’asino. Lupita Nyong’o, scelta per interpretare Elena “dalle bianche braccia” (leukòlenos), ha alimentato un dibattito sostenendo che “Omero dà poco spazio alle donne”. Forse si riferiva al fatto che la sua stessa presenza nel film sia ridotta a una mera comparsa? Perché Omero fa esattamente il contrario (si veda l’articolo dedicato). Quanto al colore della pelle, la cui valutazione non ha alcun connotato etnico o razziale, l’epiteto omerico è chiaro e circostanziato: le “bianche braccia” delle donne erano contrapposte alle “braccia scure” degli uomini, la cui pelle era bruciata dal lavoro sotto il sole. Il punto, dunque, è un altro, dove l’etnia del periodo storico narrato non attesta la presenza di popolazioni subsahariane in Grecia, e sarebbe stato pressoché impossibile trovare qualcuno proveniente dall’Africa. Possiamo chiamarla licenza creativa da parte di Nolan?

Ma su una figura tutti concorderanno: Penelope, moglie di Ulisse e regina di Itaca. A chi ha sostenuto che Omero dà poco spazio alle donne (vedi Lupita Nyong’o), Penelope offre una delle lezioni

più significative sull’essere donna, e sull’esserlo nel modo più reale possibile. Penelope è una donna magnifica, non tanto per la bellezza quanto per la sostanza. Governa da sola Itaca per circa vent’anni, tiene a bada le avance dei Proci, cresce un figlio. Per Telemaco è madre e padre insieme, quasi una figura moderna, una donna dei nostri giorni: indipendente, emancipata, di carattere. È la donna delle donne, colei che combatte una guerra non con le armi ma restando fedele alla propria vocazione di moglie e di madre. Penelope incarna la fragilità dell’essere umano che incontra la perseveranza e la pazienza, trasformandole in resistenza e attesa. Da brividi l’incontro con il marito, creduto morto da troppo tempo, un momento in cui è impossibile trattenere le lacrime davanti a tanto pathos e a tanta tenerezza. Ma anche qui una interpretazione personale del regista, dove la “certificazione” che quell’uomo fosse Ulisse passa non dal talamo nuziale ma da una spilla.

Nell’Odissea, infatti, Penelope chiede ad alta voce alle ancelle di portare fuori il letto dalla sua stanza per fare riposare l’eroe stanco della strage vendicatrice. In verità Penelope, che legittimamente dopo tanti anni si mostra diffidente dal riconoscerlo, gli tende una trappola, un enigma, un indovinello. Anche Penelope è intelligente e scaltra, anche lei, la donna che tesse e disfa, che manovra ordito e trama a piacimento nei due sensi dell’essere e del nulla rispettivamente di giorno e di notte, affine allo sposo, a lui perfettamente simmetrica. Penelope e Odisseo hanno in comune il segreto del letto nuziale, ovvero che è irremovibile in quanto intarsiato direttamente in un albero.

Proseguendo con la visione, un’altra assenza si fa sentire, soprattutto per chi conosce bene l’opera. Non c’è alcun accenno alla relazione amorosa tra Ulisse e Circe, la maga che lo trattiene con sé per un anno promettendogli l’immortalità pur di tenerlo al suo fianco. Circe compare, ma raffigurata quasi come una strega malvagia che, prima della partenza di Ulisse, gli suggerisce come sopravvivere alle Sirene (rappresentate con un’immagine sfocata che non chiarisce se siano donne comuni oppure creature per metà umane e metà uccello, come in realtà erano, o ancora nella versione più diffusa per metà donna e metà pesce) e a Scilla e Cariddi. Nulla più. L’interpretazione di Samantha Morton resta senza dubbio una delle più forti e intense, seconda solo a quella di Anne Hathaway nel ruolo di Penelope, ma non restituisce l’umanità che il poema attribuisce a Circe, compassionevole e amorevole nei confronti di Ulisse. Qui, invece, è una figura distante, diffidente, poco tollerante.

Lo stesso vale per l’episodio dei Lestrigoni, giganti superarmati in stile medievale, per nulla antropofagi e privi di qualunque spiegazione nel racconto. O ancora per Polifemo, ridotto a una bestia ferita che guaisce, senza proferire una sola parola né trovare spazio per il dialogo con Ulisse. Anche qui Nolan ci priva di uno dei passaggi più attesi del poema omerico legato all’inganno di “Nessuno” nei confronti del figlio di Poseidone e della ninfa Toosa, che sta alla base dell’ira del dio dei mari che lo fece peregrinare per un lungo decennio nel mediterraneo senza trovare la rotta per la propria casa. Per non parlare di Atena, dea per antonomasia della guerra, qui visibilmente commossa per il suo protetto e per nulla combattiva o altezzosa. Scelte, certamente, discutibili e non sempre condivisibili.

L’Odissea, comunque, funziona, nonostante le numerose fughe interpretative di Nolan. E funziona molto bene. Perché il perno attorno a cui si muove il mythos greco, il racconto, la narrazione per eccellenza, ci ricorda che la storia è la storia di ognuno di noi, generale e personale allo stesso tempo. Per i greci era la narrazione sacra capace di spiegare gli eventi della vita e di dare risposta alle domande esistenziali dell’uomo. Il mito ci dice che tu sei come me, e io come te. Ci dice che siamo fatti di carne, di dolore, di debolezza, di contraddizioni. Ci dice che siamo esseri destinati a sbagliare, a cadere, ma anche capaci di combattere e rialzarsi. Nolan avrà forse tradito la fedeltà al poema, ma non ha tradito la sua anima. E forse, è proprio questo, alla fine, il senso più autentico di ogni riscrittura del mito: restare fedeli non alla lettera, ma allo spirito. Fedele o no al testo omerico, “The Odyssey” ricorda a tutti perché quella storia, tremila anni dopo, continua a essere raccontata.

Articolo a cura di “LA”

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